“Non sappiamo come e perché è successo”
Tridiv Hazarika, portavoce di OIL (Oil India Limited)

Sono passate ormai più di due settimane dal giorno in cui le vite degli abitanti del villaggio di Baghjan (Assam, India) sono state stravolte. Quel giorno, alle 10:30 del mattino, il pozzo Bgr n.5 del vicino campo di estrazione della Oil India Limited (Oil India) esplode rilasciando gas tossici e acqua pesantemente contaminata da idrocarburi. I residenti all’inizio avevano pensato a un jet di passaggio ma una successiva detonazione non lasciava spazio a dubbi: era appena iniziato un disastro petrolifero.

Mentre l’attenzione del mondo è puntata su quanto sta succedendo in Siberia, con 21 mila tonnellate di diesel che, ancora incontrollate, stanno inquinando fiumi e laghi dopo il cedimento di un serbatoio dell’impianto della Nornikel a Norilsk, nella Penisola di Taymyr (Russia), l’incidente in corso a Baghjan resta ignoto ai più. Ad esempio, non è nemmeno incluso nell’elenco degli incidenti petroliferi presente su Wikipedia, anche se è cominciato due giorni prima di quello di Norilsk (che invece c’è).

Dopo l’iniziale esplosione, nell’aria si sono diffuse sostanze tossiche (i residenti hanno denunciato quattro vittime che le autorità locali negano esser collegate con l’incidente) e una coltre di idrocarburi ha devastato le piantagioni di the (principale risorsa della comunità), non ha risparmiato il bestiame e ha ovviamente inquinato i fiumi. Baghjan si trova infatti in un’area particolarmente ricca di acque che convergono, attraverso il fiume Lohit, nel Brahmaputra, uno dei maggiori sistemi fluviali del subcontinente indiano con un bacino idrografico ben oltre i 650 mila chilometri quadrati.

Fondamentale per l’economia della zona (come fonte di acqua ma anche per la pesca, ovviamente) ma anche per la diversità biologica dell’area. Perché il campo estrattivo di Baghjan si trova proprio attaccato alle paludi di Maguri-Motapung, parte del Parco Nazionale di Dibru-Saikhowa, ricco di specie di uccelli e pesci e, soprattutto, popolato dal delfino del Gange (o platanista del Gange, Platanista gangetica), una specie adattata alla vita nelle acque torbide con lungo muso e occhi ridotti, dato che trova le sue prede con l’ecolocalizzazione. La specie è stata considerata “Animale Acquatico Nazionale” e in India i delfini hanno uno status di “persone non umane” praticamente unico nel contesto giuridico internazionale.

Comprensibile quindi che dopo l’incidente in tanti si siano mossi per cercare di fermare il disastro e tranquillizzare tutti: specialisti sono arrivati da Singapore e secondo Oil India e il Ministero Indiano del Petrolio e Gas il pozzo sarebbe stato chiuso all’inizio di questa settimana (domenica o lunedì).

Ma qualcosa è andato storto. La fontana da cui fuoriuscivano gas e idrocarburi mischiati ad acqua doveva essere continuamente raffreddata con getti d’acqua per evitare esplosioni. Purtroppo non è bastato e nella notte tra l’8 e il 9 giugno il pozzo si è incendiato uccidendo due persone: sembra ormai evidente che per risolvere la situazione servirà almeno un mese, come la stessa Oil India adesso ammette.

Ma come è possibile che oggi a Baghjan quasi ottomila persone siano dovute fuggire dalle loro case su cui incombe un incendio visibile per chilometri? Le esplorazioni per cercare il gas fossile non sono considerate “sicure”? Quando in Italia abbiamo presentato le nostre osservazioni sulle innumerevoli trivellazioni “a gas”, in particolare nello Stretto di Sicilia dove Eni, tra Gela e Licata, sta per completare il progetto “Offshore Ibleo” (appunto, alla ricerca di gas fossile), ci è sempre stato replicato che il gas è sicuro e non crea problemi.

Così sicuro che per Offshore Ibleo la Valutazione del Rischio Ambientale è stata concessa anche in assenza di scenari di incidente rilevante: che poi è, oggi, l’incubo in cui sono immersi gli abitanti di Baghjan che hanno avuto la sfortuna di vivere la loro pacifica esistenza sopra un giacimento di gas su cui le compagnie petrolifere hanno messo gli occhi.

Inquinamento ambientale? Cambiamento climatico? Esodo delle popolazioni? Che volete che gliene importi ai petrolieri. Quest’ennesimo disastro è successo perché di questo pianeta, di questa gente che soffre, di questa vita distrutta a loro non interessa proprio nulla. A noi, invece sì. Ed è per questo che lottiamo ogni giorno per un pianeta che si liberi il più rapidamente possibile da sostanze pericolose come petrolio e gas fossile.

Sostieni ilfattoquotidiano.it: mai come in questo momento abbiamo bisogno di te.

In queste settimane di pandemia noi giornalisti, se facciamo con coscienza il nostro lavoro, svolgiamo un servizio pubblico. Anche per questo ogni giorno qui a ilfattoquotidiano.it siamo orgogliosi di offrire gratuitamente a tutti i cittadini centinaia di nuovi contenuti: notizie, approfondimenti esclusivi, interviste agli esperti, inchieste, video e tanto altro. Tutto questo lavoro però ha un grande costo economico. La pubblicità, in un periodo in cui l'economia è ferma, offre dei ricavi limitati. Non in linea con il boom di accessi. Per questo chiedo a chi legge queste righe di sostenerci. Di darci un contributo minimo, pari al prezzo di un cappuccino alla settimana, fondamentale per il nostro lavoro.
Diventate utenti sostenitori cliccando qui.
Grazie Peter Gomez

ilFattoquotidiano.it
Sostieni adesso Pagamenti disponibili

Enigate

di Claudio Gatti 15€ Acquista
Articolo Precedente

Reddito energetico, stanziati 200 milioni di euro per un fondo nazionale: “Abbatte bollette e consumi, aiuta chi è in difficoltà”

next
Articolo Successivo

Marina Aldi non è sola. Le intimidazioni non fermeranno le nostre battaglie all’Isola del Giglio

next