Per gli agricoltori coinvolti nell’inchiesta “Demetra”, che ha portato al sequestro di 14 aziende tra Basilicata e Calabria, i braccianti stranieri che lavoravano con paghe da fame e senza alcuna protezione non erano uomini ma “scimmie”. E in quanto tali, per gli indagati, potevano bere l’acqua che si usa per l’irrigazione dei terreni agricoli direttamente dalle bottiglie nascoste dietro i cespugli, quelle che di solito vengono utilizzate per la pulizia dei canali. Sono raccapriccianti alcune delle intercettazioni registrate dalla guardia di finanza di Cosenza che ha smantellato due organizzazioni di “caporali” e organizzatori di matrimoni finti. “Non c’è un canale di acqua la vicino?” chiede il caporale Gennaro Aloe (finito in carcere) a Giuseppe Abruzzese, oggi ai domiciliari ma fino a ieri alla guida dei furgoni con cui i migranti venivano accompagnati nei campi. “Siccome mi ha telefonato Roberto – sono le parole di Aloe – che ai neri gli mancano un paio di bottiglie di acqua… Nel canale, gliele riempiamo nel canale. Se ci sono un paio di bottiglie vuote!.. Hai visto quelle che trovi quanto togli i cespugli. Vicino ai canali ci sono le bottiglie”.

Ancora più significativa un’altra intercettazione che dimostra il disprezzo per i lavoratori da parte degli imprenditori agricoli coinvolti nell’inchiesta. Uno di loro, Luigi De Simone, non vedendo arrivare i braccianti, una mattina si lamenta del ritardo: “Ma ste cazzo di scimmie dove sono?”. Sempre lo stesso caporale, Gennaro Aloe, contattato al telefono cerca di tranquillizzarlo: “Non sono venute ancora?”. “Ma io ho visto un furgone prima, vedi che questi sono in un altro giardino?…Domani mattina là ci vogliono le scimmie”. Il caporale lo rassicura che sarà così: “E facciamo venire le scimmie e domani cerchiamo di finire… Va bene, le scimmie venti persone, domani non credo che piove ancora!…Le scimmie le mandiamo là. Restiamo 40 persone! Dai, dai!”

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