Quando dall’aeroporto di Catania ti muovi verso sud, in direzione Siracusa, la discarica di Lentini la noti soltanto se appartieni alla categoria degli osservatori attenti. In realtà, quasi nascosta tra due colline che svettano sul fiume Simeto, a due passi dal mare, c’è la più grande area per il conferimento di rifiuti in Sicilia. Un colosso in cui viene riversata l’immondizia di 240 Comuni su 390. Motivo per cui lungo la strada è praticamente impossibile non vedere il continuo via vai di autocompattatori.

Questo è il regno dell’imprenditore Antonello Leonardi, da tutti conosciuto come Nino: il re dei rifiuti. Adesso, finito in carcere perché accusato di essere al vertice di un’associazione a delinquere fatta di tangenti e rifiuti smaltiti in modo illecito, almeno secondo i magistrati della procura di Catania che hanno fatto scattare l’operazione Mazzetta sicula. Insieme a Leonardi è finito nei guai il fratello Salvatore e altre sette persone. Sigilli, per un valore di 116 milioni di euro, sono stati apposti ad alcune società del gruppo imprenditoriale, tra le quali spicca la Sicula Trasporti. I contorni economici di questa storia non sono ancora perfettamente chiari. Da un lato la Guardia di Finanza ha trovato un milione di euro sotterrati nell’area della discarica, all’interno di alcuni fusti di plastica, dall’altro c’è l’ombra di fondi neri per i pagamenti in contanti.

Nelle carte dell’inchiesta – quasi 500 pagine di ordinanza di custodia cautelare – una parola in dialetto viene messa nero su bianco più di ogni altra: “cummigghiare”, cioè coprire. Nello specifico, tonnellate di rifiuti. Una pratica regolare se collegata a un propedeutico procedimento di trattamento della spazzatura. Leonardi però, almeno secondo la procura, avrebbe “cummigghiato” in modo illecito. Così nelle enormi vasche della discarica di Lentini sono finiti sacchetti di rifiuti ancora integri, materassi e copertoni, ma anche frigoriferi e rifiuti ospedalieri. “Siccome si vedono quelle cose sporche”, diceva Leonardi intercettato. “Sì, sì, queste cose vengono tutte coperte”, lo rassicurava un dipendente. Per una discarica che ogni giorno accoglie in media duemila tonnellate di spazzatura il risultato finale sarebbe stato “un guadagno illecito indeterminale e un danno ambientale non quantificabile”, scrivere il giudice per le indagini preliminari.

Dal canto suo l’imprenditore, sempre intercettato, rimandava le responsabilità alla Regione Sicilia e alla perenne fase emergenziale che vive l’isola. “Non abbiamo macinato un sacco? E vabbè, l’impianto è andato male ma gli portiamo le carte quando io stavo qui 24 ore su 24 e ci mandavano 500 autocompattatori al giorno”. La vera forza di questo presunto sistema sarebbero state le mazzette. Utili, secondo l’accusa, a garantire controlli di comodo da parte di due funzionari pubblici “a busta paga”: Vincenzo Liuzzo e Salvatore Pecora, entrambi indagati. “Tieni – diceva Leonardi mentre le microspie registrano il rumore dei soldi che vengono contati – con questo ti fai il Ferragosto”. Pecora, dipendente del libero consorzio di Siracusa, prendeva e ringraziava: “Minchia il Ferragosto, Antonello”.

Tra i presunti illeciti c’è pure un capitolo dedicato allo sversamento in mare del percolato. Pratica che i finanzieri ricostruiscono tornando indietro al 17 novembre 2018, giorni in cui un violento temporale si abbatte su Lentini inondando teloni e vasche della discarica della Sicula trasporti. Il mix di acqua e rifiuti, chiamato tecnicamente percolato, sarebbe dovuto finire dentro dei silos di stoccaggio. Per accelerare i tempi, Leonardi avrebbe dato carta bianca all’utilizzo di alcune pompe per trasferire il liquido in un terreno confinante. “Ogni volta che piove noi la dobbiamo buttare fuori – diceva – Se piove la puoi abbiare (buttare, ndr) fuori”. L’unica prescrizione? Farlo lontano da occhi indiscreti, compresi gli autisti dei camion della spazzatura o i vigilanti della società privata.

L’essere perfetti non era un problema, anche perché l’altra parola magica era “accorciare i tempi”. Come nel caso dell’impianto Sicilia Compost, specializzato nella produzione di fertilizzanti dopo la lavorazione dell’umido della raccolta differenziata dei cittadini. Ai trattamenti specifici, tra cui la conservazione in particolari celle di biocontenimento per l’essicazione, Leonardi avrebbe preferito la velocità: “Non è che possiamo fare le cose perfettamente”, spiegava registrato dalle microspie della Guardia di Finanza.

Per la procura, il suo impero il patron Leonardi lo avrebbe costruito così. Senza, tra le tante cose, le fastidiose interferenze di Cosa Nostra. I rapporti con il clan Nardo di Lentini, alleato alla famiglia mafiosa di Cosa Nostra dei Santapaola-Ercolano, sarebbero stati ad appannaggio di Filadelfo Amarindo, dipendente della discarica accusato di concorso esterno in associazione mafiosa. Leonardi per gli inquirenti non è vittima di estorsioni, ma un vero e proprio “elemosiniere”. Pochi soldi – fino a 5mila euro nei periodi festivi – “per ottenere protezione e benefici dal clan” e continuare indisturbato a fare affari milionari con la spazzatura.

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