Nella piccola ma grande storia di sciacallaggio che arriva da Saronno (Varese) – con una dirigente ospedaliera incaricata delle forniture che si affannava a procurarle, a spese dell’ospedale, a un imprenditore che poi le rivendeva ad altre strutture – c’è posto anche per la figura di due medici, Carlo Maria Castelletti e Paolo Lusuriello, che avevano intuito che c’era qualcosa di anomalo e probabilmente sbagliato nel comportamento della dottoressa Sara Veneziano. È il 13 novembre 2019 quando la donna, 59 anni e una laurea in farmacia, ritira una fornitura di lame per laringoscopia – che da lì a qualche mese a causa delle pandemia sarebbero diventate preziose per i rianimatori impegnati a intubare i pazienti Covid più gravi – ma invece di consegnarla al reparto destinatario la fa trasportare nel suo ufficio dove la conserva. Quindi, avendo ricevuto poco dopo una richiesta dal reparto di quel materiale, fa un nuovo ordine nonostante il prodotto sia disponibile. Il dottor Lusuriello, insospettito, verifica che la scatola con le lame non c’è più nell’ufficio della collega e visionando i filmati delle telecamere di videosorveglianza, scopre che lei è uscita dal suo ufficio portandosela via. Da qui una denuncia e le indagini dei Carabinieri e della Guardia di finanza che hanno portato all’arresto della dirigente e Andrea Arnaboldi, 49 anni, amministratore della Aritec.

Gli investigatori, coordinati della procura dalla procura di Busto Arsizio, hanno avviato le indagini su quelle ruberie che il codice penale chiama peculato scoprendo che non si sono fermate neanche quando l’epidemia di Sars Cov 2 ha cominciato a uccidere, soprattutto in Lombardia, migliaia di persone. Ed è per questo anche che il giudice per le indagini preliminari, Luisa Bovitutti, nel firmare l’arresto della dottoressa – che avrebbe dato anche al marito venditore nel settore materiale dell’ospedale come risulta da due telefonate del 14 e del 20 aprile – e dell’imprenditore spiega che non ci può essere altra misura per loro definendoli “spregiudicati” e “avidi e dotati di sconcertante cinismo“, pronti anche a mettere in difficoltà un concorrente di lui. Valutazione quella del magistrato che arriva con la citazione di una conversazione esemplare che ruota intorno alla fornitura delle batterie necessarie al funzionamento dei laringoscopi.

La dottoressa sa che l’ospedale si sarebbe rivolto ad Arnaboldi per acquistarle perché l’altro fornitore non riusciva a consegnare, gli dà quindi le cinque pile che ha di scorta, consigliandogli di venderle a un prezzo esorbitante, vista la drammaticità della situazione, così che lei avrebbe potuto per mettersi una borsa firmata o una cena al ristorante. “… dovessero chiederle a te per … per urgenza … se magari ti chiamano se hai qualche pila. Tu gli dici di sì ma glieli fai pagare 200 euro l’una”, lui sembra perplesso anche se ride “… madonna no, no”, ma la donna insiste: “… si, si, guarda … devi fartele dare a duece … si fai guardi … ce l’ho ma i … il costo è di 250 euro l’una … no. no … devi … giurami quello che fai” e lui: “No, io non farei mai una cosa del genere lo sai”, ma la Veneziano non ne vuole sapere: “Tu lo devi fare … tu lo devi fare per me! Anzi 300 euro e se mi dici ancora di no … conti … si. si. una bella mangiata un bel regalo, ci compriamo la borsa di Prada no guarda …cioè .. giura che se eh .. dici si io ce l’ho però il mio valore è … no, no, si inculano tutti, anche li cosa credi … con l’amuchina quanto te la fan pagare? No, no, no, lo vuoi?”. La conversazione continua con un rialzo del prezzo, lui sembra temere una denuncia e cita il caso del prezzo delle mascherine, altro bene preziosissimo nelle settimane in ci erano introvabili: “No, no, no, mi spiace ma tu metti … non metti mica … il prezzo che era! No, almeno 150 euro glieli devi cacciare”.

Tanto era stata insistente lei con il caso delle batterie quanto lui per una fornitura urgente di lame richieste da altre strutture: siamo nella terza settimana di marzo, forse il periodo più difficile in assoluto per i medici impegnati in prima linea. Ebbene l’imprenditore insiste in ogni modo e quando lei obietta che le lame servono “intubare” i pazienti affetti da Covid con crisi respiratorie, lui replica che tanto le lame servono “solo” per la prima intubazione. “Sì. Sì ce le ho ce le ho, le sto ordinando, perché ad esempio la rianima…l’unità coronarica me ne chieste 5 delle X3, così alla fine quando arriveranno…cercherò di tenere una piccola giacenza anche per me…vedrai tanto è untouchable”. Un continuo aggiornarsi sugli arrivi delle commesse, quindi, sulle sollecitazioni ai fornitori, sui prodotti più ricercati del momento: “E specula, e compra… Infatti. Ma tu devi chiedere tutto ciò che è materiale Covid“. Per assecondare la richiesta la dottoressa chiama una donna chiedendole “un favorino“per mettere in ordine il più velocemente possibile le lame. Le dice che può scrivere che sono per la rianimazione: “… è per i blocchi … me li scarichi … alla rianimazione … ai COVID …” aggiungendo poi che quelle lame poi devono essere consegnate a lei: “Poi metti, bloccare a me” parlando di un biglietto. La dirigente disposta a dire sempre sì alle richieste dell’imprenditore sapeva però negare le forniture ai reparti che avevano bisogno, “Mi dispiace per i pazienti, però…ho detto: mi spiace non ne ho”, racconta al telefono.

Sullo sfondo di questa storia, quindi, ci sono anche altri personaggi ruotavano intorno alla dottoressa che voleva farsi una “bella mangiata” con i soldi rubati all’ospedale. Nelle immagini registrate dalle telecamere si vedono magazzinieri entrare e deporre o portare fuori la scatole, anonime, con le lame, e conversazioni come quella con l’addetta che deve mandarle l’ordine che risultano ambigue. Poi come lo stesso giudice rileva i due restando liberi potrebbero “cercare supporto difensivo presso l’entourage dell’ospedale, che fino ad ora ha fiancheggiato la Veneziano nella sua illecita attività ed il cui ruolo nella vicenda deve essere chiarito”. Infine Arnaboldi, probabilmente, intuisce che sta rischiando: le indagini di Fiamme gialle e Arma hanno permesso di capire che l’imprenditore stava “alterando il magazzino, cercava di costruirsi “una giustificazione per la disponibilità delle lame che la società non risulta avere acquistato, e stava concordando con la donna la linea da seguire. Che per ora li ha portati dritti in carcere, una misura che al giudice appare l’unica adeguata “al caso di specie e proporzionata alla gravità dei fatti loro ascritti, che hanno determinato danno economico alla struttura ospedaliera sottraendo risorse alla cura dei pazienti” durante la pandemia più grave dai tempi della Spagnola.

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