Sono sopravvissuti al massacro più feroce dell’occupazione nazifascista. Ora la Germania ha nominato cavalieri Enrico Pieri, 86 anni, presidente dell’associazione Martiri, ed Enio Mancini, 82 anni, curatore del Museo della resistenza del paese toscano: sono due superstiti della strage di Sant’Anna di Stazzema: il 12 agosto 1944, le SS aiutate dai fascisti locali accerchiarono il paesino toscano da tre strade diverse e spararono a donne incinte, bambini, anziani. In totale uccisero 560 abitanti. Il percorso condiviso di memoria e di pace tra Italia e Germania è passato spesso negli ultimi anni da Sant’Anna, che è stato luogo di visite ufficiali di capi di Stato e rappresentanti dei due governi. E’ in questo percorso che si inserisce la decisione del presidente della Repubblica tedesco Frank-Walter Steinmeier di nominare Pieri e Mancini l’alta onorificenza (si chiama “Verdienstkreuz am Bande”) “per le particolari benemerenze acquisite verso la Repubblica Federale di Germania”. “È un onore, da italiani, essere diventati cavalieri della Repubblica tedesca e siamo grati al presidente per questa decisione” hanno commentato al Corriere della Sera.

Entrambi erano bambini nel giorno dell’eccidio sui monti della Versilia: le loro storie sono state raccontate più volte dal fatto.it. Pieri aveva 10 anni: nascosto nel sottoscala, si ritrovò davanti al massacro della mamma Irma, incinta di 4 mesi, delle due sorelle più piccole Luciana e Alice, del nonno Gabriello e della nonna Doralice, degli zii, del papà Natale. Tutti indifesi, uccisi in meno di 5 minuti a scariche di mitra nella cucina di casa, insieme ai vicini. Mancini aveva 6 anni: con la sua famiglia fu messo contro un muro, insieme a un altro centinaio di persone. Le mitragliette erano già pronte, ma all’ultimo momento un ufficiale nazista ordinò di spostare tutti a Valdicastello, a Pietrasanta. Incolonnati, i civili vennero affidati al controllo di un unico nazista, un ragazzo giovanissimo, che, rimasto solo con loro, gli ordinò a gesti di stare zitti e di scappare. Si erano già allontanati quando sentirono una raffica di mitra alle loro spalle. Si voltarono: il soldato stava sparando in aria.

Pieri e Mancini sono stati fieri testimoni di questo percorso di memoria e di pace. “Io oggi sono un convinto europeo – ha detto più volte Pieri al fattoquotidiano.it – Penso che bisogna superare tutti questi rancori perché sennò si ritorna al Medioevo”. Insieme incontrarono Andreas Schendel, nipote di Heinrich Schendel, uno degli assassini di Sant’Anna, tra i comandanti della 16esima divisione Ss Reichsführer, condannato all’ergastolo dal tribunale militare di La Spezia nel 2005. Andreas, infatti, aveva scritto a Pieri nel 2014, settant’anni dopo l’orrore di Sant’Anna. Aveva scoperto la verità su suo zio solo 6 anni prima, mentre la famiglia per decenni aveva negato. “Il fatto che gli assassini e le loro famiglie potevano continuare a vivere soltanto con la menzogna e l’inganno di se stessi e che gli assassini non hanno vissuto bene, mi fa pensare che forse anche lì c’è una forma di giustizia” scrisse in una lettera carica di sofferenza. Prima dell’incontro a Sant’Anna di Stazzema con i superstiti della strage (al quale si riferisce la foto in evidenza), Schendel al fatto.it raccontò: “In famiglia non avevamo nemmeno la forza di pronunciare il nome Anna. Mio padre si sogna ancora gli orrori nazisti. Io scrivo libri per bambini e dico: sì, anche a loro va raccontato”.

Le parole di pace e fratellanza pronunciate spesso da rappresentanti italiani e tedeschi nel corso degli ultimi anni, in un solco tracciato dai capi di Stato (Napolitano e poi Mattarella nel caso dell’Italia), non sono rimaste solo buone intenzioni. Pieri, infatti, ha messo a disposizione la casa in cui i nazisti trucidarono la sua famiglia per costruire un Ostello della Pace: il progetto è stato avviato e dalla Germania arrivò l’assicurazione di un contributo finanziario. Nel paesino in provincia di Lucca, già sede di un Museo della Resistenza e di un Parco della Pace, manca infatti un posto dove dormire, e le comitive in visita sono costrette a scendere a Pietrasanta per pernottare. Da qui l’idea dell’ostello.

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