di Andrea Marchina

“Nelle prossime settimane vivremo una serie di attacchi al governo finalizzati alla sua caduta, ispirati anche da centri economici e dell’informazione”, dichiarava il vicesegretario dem Orlando qualche giorno fa, a seguito del dibattito emerso sull’onda del prestito di 6,3 miliardi richiesto da Fca a Intesa San Paolo, usufruendo di garanzie statali concesse dal Decreto Liquidità.

Non è richiesta troppa fantasia per intuire a quali centri si riferisca il numero due del Pd. Mi permetto un unico appunto: a dire il vero, che partano o meno da questi centri, gli attacchi sferrati per destabilizzare il governo e indebolirne la struttura non saranno certo una novità delle prossime settimane…

Naturalmente c’è stato chi, per eludere qualsiasi possibilità di dibattito, ha etichettato la dichiarazione di Orlando come “complotto”. Ammetto che confondere di proposito qualsiasi argomentazione spiacevole con un complotto potrebbe anche essere una strategia astuta, vista la reale tendenza al complottismo che serpeggia negli ultimi tempi; non fosse per la comicità che ne deriva quando si scopre che alcuni di quelli che la utilizzano fanno orgogliosamente parte della schiera di sostenitori del campione italiano di fake news (recentemente premiato dalla Bbc).

Accantonata la tentazione di liquidare il tutto come un ridicolo complotto, si deve ammettere che Orlando pone un tema vero, anche se scomodo: il conflitto di interessi nel mondo dell’editoria. Questo – chiariamolo – si pone su un altro livello rispetto al dibattito sul prestito richiesto da Fca, tanto legittimo quanto lo sono tutte le critiche mosse a tal proposito.

E perché mai ci si ostina a vedere un possibile conflitto di interessi da parte di un editore che, oltre a controllare il più grande gruppo industriale in Italia, è anche proprietario di due tra i più influenti quotidiani nazionali? Se lo chiedeva pure il direttore de La Stampa Massimo Giannini, ospite a Otto e Mezzo il 19 maggio, confidando di vederci, semmai, solo interessi, ma senza conflitto.

La stessa domanda se la deve essere posta anche il nuovo direttore de la Repubblica, Maurizio Molinari, il quale, forse per evitare di dover prendere posizioni altrettanto impavide, ha deciso di censurare, senza se e senza ma, un comunicato redatto dal CdR in cui venivano mosse alcune critiche sulla linea espressa dalla direzione nei confronti del caso Fca. Così, nel dubbio.

Penso che il monopolio detenuto dall’era Berlusconi sul conflitto d’interessi ci abbia profondamente convinti che quello sia l’unico possibile: il mondo degli affari che si intreccia con quello della politica, generando una pericolosa commistione. Tuttavia, se diamo ancora un qualche valore alla libera informazione, ci accorgiamo che anche l’accoppiata tra il mondo degli affari e quello dell’editoria non promette nulla di migliore.

Da una parte ci sarebbe il dovere di offrire ai lettori un’informazione che sia la più limpida e indipendente possibile, dall’altra ci sono gli interessi commerciali dell’editore che non sempre rispecchiano quelli del lettore, anzi. Scrivere o non scrivere, questo è il dilemma. E se lo scrivo, come lo scrivo?

Riccardo Fraccaro, al tempo ministro per i Rapporti con il Parlamento nel governo Conte I, dichiarava che “l’informazione libera deve necessariamente basarsi sull’autonomia dei mass media dal potere politico ed economico” e rilanciava una “legge contro il conflitto di interessi degli editori”.

Sulla scia delle parole di Orlando, inviterei le attuali forze di maggioranza a riprendere queste intenzioni e a portarle avanti in un dibattito serio, che abbia a cuore il diritto alla libera informazione dei cittadini, senza farsi intimidire da accuse di complottismo infondate e tese a scongiurare il rischio di destabilizzare un sistema cristallizzato, fatto di interessi reciproci tra politica, mondo degli affari e mass media. Solo così potremo davvero restituire autonomia all’informazione, quella vera, quella libera.

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