De Luca vs De Gregori. Sull’artista che si schiera o si chiama fuori
Il tema sarebbe centrale: che ruolo sociale e culturale ha (e che responsabilità ha…) l’artista, l’intellettuale, di fronte alla contemporaneità? Ma naturalmente in questa epoca va tutto a rotoli fin da principio, perché l’argomento si tramuta in una domanda sbagliata (le domande…) da parte di giornalisti e persone: l’artista, l’intellettuale, deve schierarsi o non schierarsi? In/out, on/off, cultura binaria, pensiero tecnocratico.
Il primo a cadere nella trappola è Erri De Luca, che invece di pensare, articolare, trovare ratio, interpretare, approfondire, si schiera: “nessun genocidio. Io sono sionista”. Libero di farlo. Liberi di considerarlo per quel che è chi dice una cosa del genere (per i bisognosi: dire sono sionista non c’entra nulla con l’essere ebreo. È come dire sono fascista).
Mentre buona parte dell’establishment cultuale prova subito a distinguere, a spegnere l’incendio, a mitigare la riprovazione generale (per altro smodata: gente che vuole bruciare libri… Va be’…), ci pensa qualche amatissimo autore musicale (Francesco De Gregori) a rendere tutto ancor più opaco: “L’artista non ha nessun ruolo”. Qualcuno pensa a De André, a Bertoli, a Springsteen, a Vassilikos, Sepulveda, Neruda, Sartre, Martì, Pasolini, Camus… e sospira. Soprattutto, credo, rimpiange.
Certo, esistono mestieri diversi.
Gran parte degli artisti non sono intellettuali. Io mi chiedo se esista un’arte che non sia lavoro intellettuale. L’arte non è forse la prosecuzione della filosofia con altri mezzi (self-cit)? Forse qualcuno la percepisce così. Altri no. Scrivere libri d’intrattenimento è essere intellettuali? Evidentemente no. Ma gli altri, per capirci: tutti quelli tra Sparks e Omero? La letteratura non è sempre, o non è stata assai spesso, almeno, sociologia, filosofia, politica, oltre che investigazione dell’umano, esplorazione dell’animo umano e dell’esistenza?
Le cose che non vanno di questo dibattito sono tante: che sia subito diventato una polemica con fior di autori che si piccano, stizziti, hanno reazioni subito nervose; che per la gente sia una questione in cui occorra schierarsi. Ormai le persone questo sanno fare e chiedere, non vanno oltre; che i pompieri si siano sentiti subito nell’urgenza di difendere scrittori, editori, amici. Non ce n’era bisogno; che gli artisti escludano del loro lavoro qualunque cointeressenza intellettuale, dimenticando che se siamo cresciuti nei decenni lo dobbiamo a guide, fari, maestri che erano tutti, o quasi, artisti (nel senso più omnicomprensivo del termine, Gibran, Tagore, e poi perché no Bertoli e Dalla. Dunque tutto l’arco). Insomma ogni “creator”, ogni autore, sceglierà cosa essere, ma che uno di loro escluda tutto da tutti direi che non va; che sia diventato quasi trendy, di contro, l’autore che dichiara “io non dico la mia, non intervengo, me ne tiro fuori”, cosa che lascia l’alito cattivo, fa sentire sulla lingua sapore di lavaggio mani pilatesco per non urtare il proprio pubblico.
Insomma. Mi pare che si sia persa un’altra occasione. E a coglierla dovevano essere proprio gli autori, gli artisti, i poeti, che per me, nei giorni migliori, sono sempre e solo intellettuali militanti (che militano nel loro mondo poetico e intellettuale, mica in partiti o altre stupidaggini mondane). Chi se la fosse sentita doveva partecipare. A suo modo, come riteneva. Non certo affrettarsi a tirarsene fuori. Tanto meno a fare l’apologia del disimpegno.
Con una nota positiva. Esistono lettori che cercano, vogliono pretendono, si aspettano. Così come autori che danno, offrono, producono. Ognuno penserà ai suoi lettori, o ascoltatori, al suo pubblico, e lo sceglierà sapendo cosa cerca. Ognuno, da lettore e da pubblico, verificherà cosa dice, cosa fa, cosa pensa il suo autore più amato, e lo risceglierà, lo riapprezzerà.
Oppure no.