ArcelorMittal prolunga e potenzialmente aumenta la cassa integrazione fino a un massimo di 8.173 dipendenti, cioè tutti i lavoratori del siderurgico di Taranto. Lo farà per cinque settimane dall’1 giugno, a prescindere da un accordo con i sindacati che incontrerà giovedì, sfruttando le norme legate all’emergenza coronavirus. Il via al prolungamento degli ammortizzatori sociali arriverà alla vigilia del 5 giugno, giorno in cui l’amministratore delegato Lucia Morselli presenterà, salvo nuovi rinvii, il piano industriale derivante dagli accordi del 4 marzo con il governo che hanno sancito la pax giudiziaria. Una strategia che il ministro Stefano Patuanelli ha detto alla Camera di aspettarsi “seria e ambiziosa”.

A quell’appuntamento che delineerà il futuro occupazionale e industriale dell’ex Ilva, la multinazionale dell’acciaio si presenterà con in tasca la possibilità di fermare per oltre un mese tutti gli operai del siderurgico più grande d’Europa a fronte delle commesse rallentate a causa del Covid-19. La comunicazione a Fiom, Uilm e Fim è arrivata con una lettera di 3 pagine nella quale l’azienda si definisce “costretta, suo malgrado”, ad “incrementare” il ricorso alla cassa integrazione nello stabilimento di Taranto per un massimo di 8.173 dipendenti, cioè l’intera forza lavoro dell’acciaieria.

Non è una certezza l’uso così massiccio – a giorni dovrebbero ripartire alcuni impianti – ma comunque una possibilità a fronte degli attuali 3.800 lavoratori in cassa, 2.900 al lavoro e circa 1.500 fermi tra ferie, permessi e malattia. La richiesta di cassa, si sospetta in ambienti sindacali, lascia presagire – così come il mancato pagamento della rata trimestrale per l’affitto a maggio – quale sarà il tenore del piano che Morselli presenterà a governo e sindacati tra 9 giorni.

L’amministratore delegato di ArcelorMittal, durante il confronto di lunedì, ha ribadito a parole che c’è la volontà di rilanciare Taranto senza sostanziare il progetto. E ha comprato tempo, concesso dal ministro dell’Economia Roberto Gualtieri che ha definito “ragionevole” lo slittamento e puntualizzato che lo Stato è pronto a investimenti se si vuole un’Ilva “leader mondiale”.

Quando la multinazionale mostrerà le carte traducendo gli annunci in un piano industriale si scoprirà se resta ancora lo scoglio degli esuberi, che da mesi l’azienda chiede. Finora il governo ha sempre respinto le 5mila uscite e a fronte degli investimenti di una partecipata statale nel capitale di AmInvestco, veicolo che ha affittato l’Ilva e controllato da ArcelorMittal, risponderà ancora no. E in ogni caso, come previsto dall’accordo di inizio marzo, è necessaria un’intesa sindacale. Il colosso dell’acciaio avrà sempre dalla sua lo svincolo a dicembre previsto nell’accordo di marzo dietro il pagamento di 500 milioni di euro. Le ultime fiches di una partita che la multinazionale continua a condurre.

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