“L’attività di indagine permette di ritenere che le sigarette di contrabbando vennero di fatto pagate dallo Stato Italiano, e in particolare, dalla Marina Militare, utilizzando la Cassa di nave Caprera”. È quanto si legge dagli atti dell’inchiesta che ha portato all’arresto di quattro militari italiani tra i quali Marco Corbisiero, ufficiale a capo del servizio di efficienza delle unità navali che l’Italia ha ceduto alla Libia. L’indagine, condotta dai finanzieri guidati da Gabriele Gargano e coordinati dai pubblici ministeri Giuseppe De Nozza e Alfredo Manca, ha permesso di svelare, secondo gli inquirenti, il meccanismo creato da Corbisiero e da un ufficiale della Guardia costiera libica a cui era riconducibile una società diventata unica interlocutrice per l’Italia, nonostante l’opposizione dell’ambasciata italiana. A gennaio 2018 la società, fino ad allora sconosciuta, diventa punto di riferimento per l’acquisto di pezzi del motore delle motovedette, materiale elettrico, informatico, edile e idraulico, ma anche per sigarette, ciabatte, dentifrici, spazzolini e persino pillole di Cialis, farmaco per le disfunzioni erettili.

A prezzi gonfiati rispetto ai valori dei beni nel mercato libico e con fatture modificate per nascondere le vere forniture, la società libica incassa 123mila euro spazzando via gli oltre quaranta fornitori titolari di reali imprese della Libia che fino a quel momento avevano interagito con le navi della Marina militare. Il denaro proveniva quindi dalle casse di Nave Caprera stando alle indagini dei finanzieri, ma anche alle due inchieste interne portate avanti dalla Marina.

Tutto comincia con la cessione di alcune motovedette della Gdf italiana alla Guardia costiera libica per il controllo dei flussi migratori. Il governo italiano, nell’accordo, si impegna a pagare l’efficienza delle imbarcazioni: a gestire tutto il processo operativo è proprio Corbisiero che “agì per un significativo periodo – si legge nei documenti – da soggetto proponente, da soggetto sostanzialmente deliberante e da soggetto deputato a controllare la bontà delle varie provviste”. Tutto nelle sue mani, insomma.

Per l’acquisto di tutto ciò che riguardava il naviglio libico, quindi, “Corbisiero interloquì solo con un fornitore e, cioè, con l’indagato Ben Abulad Hamza Mohamed B., il quale – si legge nelle carte dell’inchiesta – compare in questa vicenda a volte in qualità di ufficiale superiore della Guardia costiera libica, e, a volte, quale soggetto titolare di una fantomatica impresa in grado di fornire qualunque tipologia di beni e di servizi alle navi italiane”.

Nelle 394 che compongono l’ordinanza, Corbisiero è descritto come “padrone e signore assoluto della procedura di approvvigionamento di beni e di servizi”. Il gip Vittorio Testi lo dipinge come “spregiudicato” per aver “ordito, pianificato ed eseguito” il suo piano “non esitando ad approfittare di una nobile missione internazionale” tra le più “prestigiose e vitali dello Stato”. L’ufficiale “si appropriò del denaro dei contribuenti italiani”, destinato “a potenziare” la Guardia costiera libica contro il “turpe traffico di minori, donne, anziani e, di quell’umanità disperata che, quotidianamente e da lungo tempo, identifica quel tratto di mare compreso tra la Libia e l’Italia come l’unica via per dare voce alla speranza”.

In questa maniera, scrive ancora il gip, avrebbe “violentato” il “prestigio della Marina, dello Stato e di ogni cittadino che, con il pagamento delle tasse, contribuisce nel tentativo di contenere” il traffico di essere umani. Lo fece “contando sul fatto che nessuno mai si sarebbe premurato” di controllare e “perché travolto dalla smania di accumulare illecitamente denaro” giungendo, scrive anche il giudice per le indagini preliminari, “in un’evidente e incontenibile esplosione di boria, a vantarsi in pubblico della ricchezza accumulata illecitamente”.

E una volta arrivato in Italia “non si pose alcuno scrupolo” nel far uscire un mezzo militare dalla base di Taranto “con l’evidente ed esclusivo scopo di trasferire” le sigarette e il Cialis, certo che “nessuno avrebbe controllato il contenuto di un mezzo” della Marina Militare, “per di più riempito di scatoli di sigarette avvolti in buste nere e recanti un adesivo il cui contenuto avrebbe scoraggiato il controllo anche del più ligio degli appartenenti alle forze dell’ordine”. Non solo: per il gip si è anche spinto fino al punto di “provare a comprarsi il silenzio e la complicità” di un commilitone “offrendogli in cambio” una parte del carico. Un tentativo fallito miseramente che ha dato il via all’inchiesta che lo ha portato in carcere.

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