“Con il cuore che mi si contorce e le lacrime che scendono giù, mi chiedo perché?”. Si sfoga su facebook Lucia Magli, figlia di Carmelo l’agente di Polizia Penitenziaria ucciso nella notte tra il 17 e il 18 novembre 1994 mentre stava tornando nella sua a casa di Francavilla Fontana al termine del suo turno di lavoro nella casa circondariale ionica. Ad aprire il fuoco contro di lui era stato il braccio armato del clan Perelli di Taranto di cui faceva parte Francesco Barivelo che dal 26 marzo scorso, nonostante una condanna definitiva all’ergastolo, è agli arresti domiciliari a causa del rischio sanitario per l’emergenza Covid. “Che diritto ha questa persona – ha aggiunto Lucia – di vivere in libertà quando mi ha privato di mio padre, ha tolto a me, mia madre e mia sorella la possibilità di essere felici?”.

Quella sera di novembre, il bersaglio era stato scelto a caso tra gli agenti che avevano finito di lavorare. Il clan voleva impartire una lezione eclatante ai poliziotti ritenuti colpevoli di non garantire una detenzione dorata agli affiliati che si trovavano nel carcere di Taranto. A differenza della mafia siciliana che durante il maxiprocesso a Cosa nostra optò per la pace in attesa della sentenza, i clan tarantini durante il processo “Ellesponto” scelsero la strada della guerra allo Stato. Non è mai stato chiarito se la decisione di ucciderlo fu impartita dal capo clan o se invece il gruppo di fuoco decise di andare oltre la gambizzazione disposta dai vertici del gruppo.

Quel che è certo è che il 24enne Carmelo Magli fu crivellato mortalmente per aver imboccato la strada sbagliata. I primi agenti che uscirono dall’istituto penitenziario, che oggi è dedicato proprio a Carmelo Magli, percorsero il tratto di strada illuminato che portava verso il centro di Taranto, ma il 24enne ebbe la sfortuna di scegliere, come tutte le sere, la strada buia che portava verso Francavilla Fontana, il comune della provincia brindisina in cui viveva con la moglie e due figli. L’auto dei sicari lo raggiunse meno di un chilometro dopo e lo colpì a morte. Il suo corpo fu martoriato dai colpi esplosi dalla pistola impugnata da Barivelo e dai proiettili della mitraglietta “skorpio” usata dal luogotenente del clan Osvaldo Mappa. Quest’ultimo dopo l’arresto, divenne collaboratore di giustizia e poco dopo la sua scarcerazione, nel 2008, fu a sua volta vittima di un agguato.

Per Barivelo, invece, le porte del carcere sono sempre rimaste chiuse fino a poche settimane fa: anche il suo matrimonio, nel 2010, fu celebrato nel carcere di massima sicurezza di Sulmona. Barivelo era uno dei tanti giovanissimi arruolati tra la fine degli anni ’80 e i primi degli anni ’90 dai clan ionici per combattere la guerra che lasciò sul campo oltre 150 morti ammazzati. Tra questi numerosi innocenti estranei alle logiche del clan come Angelo Carbotti, Giulio Capilli, Sandra Stranieri e lo stesso Magli. Il nome di Barivelo è uno dei circa 50 pugliesi detenuti per reati di criminalità organizzata che nelle scorse settimane hanno ottenuto gli arresti domiciliari, a causa dell’emergenza sanitaria. La notizia ha suscitato la reazione dei colleghi di Magli: “Mi appello al Capo dello Stato, Sergio Mattarella, affinché chi si è reso responsabile di crimini efferati ed è stato giudicato colpevole e condannato all’ergastolo sconti la sua pena in galera” ha detto Donato Capece, segretario generale del Sappe, il sindacato autonome degli agenti di Polizia Penitenziaria. Per Capece, l’uscita di Barivelo, oggi 45enne, “è una vergogna” e “hanno ragione i poliziotti penitenziari di Taranto, che hanno conosciuto e lavorato con Carmelo, ad essere indignati. Con loro sono indignati i cittadini onesti di questo Paese”. Il segretario generale del Sappe infine ha definito le scelte in materia penitenziaria di questo Governo “gravi ed offensive” per le vittime e le loro famiglie.

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