L’estate, i primi baci, la perdita della verginità, amori non confessati e altri consumati fino all’ultimo istante, prima di scomparire e tornare alla vita “normale” in città. No, non è la trama di “Sapore di mare”, film cult della commedia all’italiana, girata da Carlo Vanzina nel 1983 con Jerry Calà, Marina Suma, Christian De Sica e Virna Lisi. Sono gli ingredienti della nuova serie di Netflix, prodotta da Cattleya, “Summertime”, diretta ottimamente da Lorenzo Sportiello e Francesco Lagi. In otto puntate si raccontano storie di amicizia e d’amore, ambientate durante l’estate, sulla costa adriatica tra Ravenna e Cesenatico. Fin qui tutto normale, non fosse per lo sviluppo e l’intreccio del racconto.

Tutto ruota attorno al giovane campione del motociclismo in crisi Ale, interpretato da Ludovico Tersigni, già visto in “Skam Italia”. Attore di talento, ma che dovrebbe ripulirsi una volta per tutte dall’accento romano. Il suo personaggio Ale è romano, ma si trasferisce in Emilia Romagna da piccolissimo. Il campione si innamora della giovane, brillante e bellissima ragazza nera Summer (Coco Rebecca Edogamhe al suo convincente esordio da attrice). Come un universo parallelo attorno ai due protagonisti, si snodano anche le storie degli amici dei due protagonisti tra prevedibili colpi di scena.

Sostanzialmente il film rende omaggio (lontanamente) a quel “Sapore di mare” che nel 1983 è stato campione di incassi con 10 miliardi di lire e che è rimasto nell’immaginario collettivo fra scene cult e battute evergreen. Quello che accomuna i due prodotti è solo la spensieratezza della gioventù, le atmosfere estive dei tramonti e delle albe, dopo feste interminabili, le chiacchiere tra un ombrellone e l’altro. In comune c’è anche una colonna sonora curata nei minimi dettagli. Se nella pellicola di Vanzina la facevano la padrone i grandi successi degli Anni 60, qui c’è Giorgio Poi che ha selezionato le musiche e da sottofondo ci sono sono gli esponenti dell’indie, la trap e il pop italiano. Una curiosità il ponte di collegamento tra “Sapore di Mare” e “Summertime” è “Il cielo in una stanza” di Mina. La canzone portante della colonna sonora in realtà è un vecchio e bellissimo brano di Bruno Martino, “Estate” del 1960.

Nella sceneggiatura di “Summertime” (partorita da ben otto persone!) ispirata a “Tre metri sopra il cielo” di Federico Moccia (ma nulla a che vedere con l’omonimo film di successo del 2004 con Scamarcio e la Saunders), non c’è traccia di trash né di battute spinte. Peccato, verrebbe da dire. È il ritratto, assai edulcorato e buonista, dei giovani di oggi alle prese con i primi amori, ragazzi anche più adulti di quanto l’anagrafe suggerisca. Manca il “graffio”, ma abbondano i momenti di stucchevole romanticismo (del resto l’ispirazione è di Moccia), che vengono colmati da inquadrature mozzafiato e dalla ipnotizzante fotografia di Federico Schlatter.

Il punto di forza della serie alla fine è la colonna sonora. “Non avevo mai composto una colonna sonora, ma avevo sempre desiderato farlo – ha commentato Giorgio Poi – Vista l’ambientazione ho pensato di utilizzare un set ‘da spiaggia’, ricorrendo quindi a chitarre classiche, shaker, tastiere e percussioni, che poi ho arricchito con altri elementi come pianoforte, archi e sintetizzatori per raccontare i diversi sentimenti che emergono nella serie. L’obiettivo è stato quello di creare qualcosa di profondamente melodico, che potesse rimanere nella mente di chi ascolta, facendo così canticchiare la melodia”. Lo stesso Giorgio Poi è presente sia in “Missili” di Frah Quintale che in “Leoni” con Francesca Michielin, canzone contenuta nel disco della cantautrice “Feat (Stato di natura)”. Tra i brani scelti anche “Thoiry” di Achille Lauro, “Estate dimmerda” di Salmo, Franco126 con “San Siro” e “Stanza singola” feat. Tommaso Paradiso e Gemitaiz. Infine compaiono anche due guest star sul set : Raphael Gualazzi, che suona l’intramontabile classico “Summertime” di Gershwin, mentre i Coma_Cose cantano “Mancarsi”.

Il finale di “Summertime” apre ad una seconda, ipotetica, stagione. C’è da augurarsi che stavolta gli sceneggiatori (bastano anche meno di otto) lascino da parte lo stile del romanzo popolare senz’anima e si inventino dinamiche più graffianti, più ancorate alla realtà.

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