C’è chi è pronto a riprendere subito, chi ha già chiuso i battenti, chi proprio non si rassegna. Chi pretende tamponi a tappeto o di scendere in campo con le mascherine, ma sempre e comunque a porte chiuse. Chi litiga con il governo, e chi dal governo è pressato. L’Europa unita non esiste nemmeno nel pallone. Dalla nostra Serie A alla Bundesliga, dalla Premier League alla Liga spagnola, passando per Ligue 1 e Eredivisie, il calcio europeo reagisce in ordine sparso all’emergenza Coronavirus. Non c’è una linea comune, perché anche nel mondo del pallone dominano gli interessi. E quelli sono sempre individuali. Ci sono in ballo i bilanci delle società, ma pure i calendari, i grandi tornei internazionali, le nazionali, la salute dei calciatori. La Uefa, che è il massimo organismo a livello continentale, non coordina né la ripresa (perché non può, dipende dai singoli Paesi), né la chiusura (perché non vuole farlo, ha troppo da rimetterci): ha solo detto che entro il 2 agosto i campionati devono finire perché poi si gioca la Champions. Come, non si sa. La Fifa, il vertice mondiale, ostenta disponibilità ma sotto sotto rema contro, perché ha fiutato l’affare (per i suoi mondiali in Qatar nel 2022). Tutti giocano la loro partita.

LA GERMANIA, UN ALTRO MONDO – La Germania sta provando a bruciare le tappe: mentre altrove si discute ancora di allenamenti, i calciatori della Bundesliga praticamente non si sono mai fermati. Le prime sedute sono scattate già a fine marzo, a gruppetti. In questi giorni sono iniziati gli esami preliminari coi tamponi, il protocollo tedesco pensa di far indossare mascherine a tutti i giocatori e ha individuato persino il numero esatto di persone che saranno ammesse negli stadi durante le partite, ovviamente a porte chiuse: 239. Sembra quasi un altro pianeta. Manca però ancora il via libera per il campionato a partire da metà maggio: si decide la settimana prossima. Intanto venerdì sera tre giocatori del Colonia sono risultati positivi pur essendo asintomatici. La squadra di calcio, militante nella Bundesliga, in una nota ha precisato che “dopo una valutazione dei casi da parte dell’autorità sanitaria responsabile, le tre persone saranno poste in quarantena domiciliare per 14 giorni”.

ITALIA, SPAGNA, INGHILTERRA: LA CORSA ALLA RIPRESA – In Italia e Spagna le situazioni sono simili: in entrambi i Paesi le Leghe vorrebbero ripartire, i governi frenano. Con una differenza, però: i club della Liga hanno avuto un primo via libera per ricominciare gli allenamenti il 4 maggio in forma individuale, dal 18 in gruppo. Proprio quello che speravano di ottenere Figc e Serie A, prima di ricevere l’ennesimo schiaffo dal ministro Spadafora. Uno spartiacque forse decisivo per la ripresa. In Inghilterra stesse date, ma qui è proprio il premier Boris Johnson a spingere perché la Premier League torni presto a giocare.

L’OLANDA HA GIÀ CHIUSO, FRANCIA E BELGIO QUASI – Se loro non si arrendono, c’è anche chi ha già sbaraccato. La prima è stata l’Olanda: l’Eredivisie ha annullato la stagione e ha già stabilito i piazzamenti per la prossima, con tanto di blocco di promozioni e retrocessioni. In Francia ci ha pensato il governo a vietare le partite fino a settembre, e la Ligue 1 si è accodata assegnando ufficialmente il titolo al Psg. Immediatamente, però, stanno partendo i ricorsi ed è quello che si teme succeda a catena nel resto d’Europa. Il prossimo potrebbe essere il Belgio, che in realtà si era mosso prima di tutti, salvo poi ripensarci per le minacce della Uefa. L’impressione è che col passare dei giorni le chiusure aumenteranno a macchia d’olio.

L’ETERNO BRACCIO DI FERRO: CAMPIONATI CONTRO COPPE – Insomma, ognuno ricomincia, prova a farlo o non farlo, con i propri piani, tempi, interessi. Non c’è stato almeno per il momento un vero coordinamento con l’Uefa, perché con la Uefa c’è un rapporto più di rivalità che di collaborazione. Da tempo, ormai, il calcio mondiale vive nel precario equilibrio di alcuni dualismi: club contro Federazioni, Federazioni contro Uefa, Uefa contro Fifa. Tradotto: campionati contro coppe. È ciò che c’è dietro la famosa proposta della “super Champions”, con solo grandi club, magari ad invito e giocata nei weekend, tanto cara ad Andrea Agnelli. L’emergenza Coronavirus non ha fatto altro che inasprire le tensioni latenti.

Il primo scontro è stato su cosa dovesse ripartire per primo, i campionati o le coppe. Hanno vinto i tornei nazionali, cioè le Federazioni, per cui terminare la stagione è vitale per incassare i soldi vitali delle pay-tv (e senza club crolla tutto). Ma a quel punto la Uefa si è preoccupata di tutelare solo i suoi interessi: cioè la Champions e l’Europa League, e l’Europeo. Limitandosi a fissare una data, il 2 agosto: entro quel giorno tutti dovranno aver concluso la propria stagione (ed entro il 25 maggio bisogna pure specificare con che formula), perché poi quel mese dovrà essere dedicato alla Champions League (che sta a cuore alla Uefa).

IL REBUS CALENDARIO E LE MOSSE DELLA FIFA – La situazione sanitaria è grave e soprattutto diversificata. Non è detto che a giugno i campionati riprendano. Ma perché ad agosto si concluda la Champions è necessario che ci arrivino preparate le squadre di Spagna, Germania, Francia, Inghilterra e Italia, anche Repubblica Ceca, Scozia, Grecia, Austria, Svizzera, Danimarca e Turchia se allarghiamo il discorso all’Europa League. Cosa succederà se uno di questi Paesi avrà vietato la ripresa? Non si sa. D’altra parte già questa soluzione che allunga a dismisura la stagione 2020/2021 mette a rischio il calendario della prossima, che si concluderà con gli Europei. Si tratta di immaginare di giocare per 12 mesi di fila, senza interruzioni, in condizioni climatiche a volte proibitive. La Fifa, per conto suo, spera che giocare in estate alla fine si riveli impossibile e passi l’idea rivoluzionaria dei campionati disputati su anno solare: un progetto che favorirebbe i Mondiali di Natale in Qatar nel 2022, ma le cui conseguenze sono imprevedibili.

PERCHE’ L’UEFA NON PUÒ (E NON VUOLE) CHIUDERE – Per questo, visto che non si può ricominciare a giocare ovunque, l’unica soluzione sarebbe probabilmente una chiusura coordinata a livello centrale. Senza imporre lo stop a tutti, la Uefa potrebbe prendere atto dell’impossibilità di portare a termine le sue competizioni. E quindi elaborare un piano su come ammortizzare le perdite (che ci saranno), dare indicazioni chiare e omogenee su piazzamenti per le coppe, promozioni, retrocessioni, prepararsi a ripartire tutti insieme a settembre su basi solide. Non può, o non vuole farlo, perché la Uefa ha su diversa scala gli stessi, identici problemi delle Federazioni e delle Leghe nazionali. Non può permettersi di rinunciare ai diritti tv di Champions e Europa League, che insieme valgono circa 3,5 miliardi di euro. Soprattutto non può mettere a rischio l’Europeo, forse ancora più prezioso per l’associazione, perché i ricavi non sono da spartire con i club e praticamente tengono da soli in piedi il bilancio Uefa, che negli altri anni è sempre in perdita. In più, teme di indebolirsi nell’eterno braccio di ferro con i club e con la Fifa. Così anche lei continua ad affannarsi per concludere una stagione già finita. Solo in questo tutto il mondo (del calcio) è paese.

Twitter: @lVendemiale

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