di Enzo Marzo

Ho sempre diffidato della memorialistica, perché troppo spesso la memoria tradisce. Ma qualche volta riportare in vita episodi passati di cui si è stati testimoni può essere utile per illuminare il presente.

Siamo nell’aprile del 1984. A Milano si svolge il 35esimo congresso del Partito repubblicano. Giovanni Spadolini è reduce da due presidenze del consiglio e da un buon successo elettorale, soprattutto a Milano. È un congresso perlopiù celebrativo perché ormai la “palla” è passata a Bettino Craxi. Io seguo il congresso per il Corriere della sera.

Nella replica finale il Segretario ha parole severe sulla gestione delle Usl, Unità Sanitarie Locali (quelle che si chiamano oggi Asl). Giustamente nota che queste Unità sono totalmente lottizzate dai partiti, e giù parole durissime contro la partitocrazia (forse a questo punto il lettore avrà capito la ragione di questo ricordo). Spadolini si infervora e conclude l’argomento con una promessa: se entro sei mesi la situazione in Italia delle dirigenze delle Usl non sarà riparata, il Pri – in concorrenza di moralità col Pci berlingueriano – ritirerà tutti i suoi rappresentanti. Applausi vivissimi.

Trascorrono mesi, mesi e mesi.

All’epoca in Rai esisteva una trasmissione chiamata “Tribuna politica” che non aveva alcuna somiglianza con gli scandalosi programmi odierni, dove il “politico” viene affrontato per strada, gli si affida il microfono, lui parla a ruota libera e, quando ha finito la sua esternazione propagandistica, restituisce il microfono e tutto finisce lì. Anche quando invece il “politico” si fa invitare in un talk show la politica vera si tiene ben lontana e si bada più che altro allo spettacolo o, meglio, all’avanspettacolo, con partecipanti frutto di una contrattazione spesso serrata.

Le tanto vituperate “Tribune politiche” d’antan invece erano delle vere conferenze-stampa, come quelle che si svolgono nei paesi normali che godono della libertà d’informazione. Il “politico” teneva un discorso iniziale, poi era il turno delle domande poste dai giornalisti inviati dai propri giornali seguendo una turnazione. Addirittura il giornalista aveva la possibilità di replica. Furono famosissimi e appassionarono i telespettatori gli scontri epici tra Palmiro Togliatti e Romolo Mangione, vicedirettore della Giustizia, organo del Partito socialdemocratico. All’epoca era tutto in diretta, poi si perse questa buona abitudine, poi si uccise direttamente “Tribuna politica”.

Era l’ora di pranzo, purtroppo la “Tribuna politica” non veniva trasmessa più in diretta. Il “politico” era Spadolini, a me toccava fare la domanda sempre per il Corriere della sera. Fu semplice semplice, lessi le parole pronunciate da lui nell’ultimo congresso, gli feci il calcolo dei mesi trascorsi, e gli chiesi quanti dirigenti Usl designati dal Pri si fossero dimessi, visto che il malcostume della politicizzazione della Sanità pubblica non era cessato, anzi si era rafforzato. Al mio fianco, Nello Ajello, grande giornalista di Repubblica, mio amico, cominciò a ridere e non la finiva più.

In effetti, era iniziato una grande spettacolo: Spadolini alzò le due braccia invocando l’interruzione della trasmissione, e così avvenne. Il Segretario cominciò a gridare e quasi a piagnucolare: non potevo fargli quella cattiveria: mi aveva assunto lui al Corrierone (non era vero)… gli facessi un’altra domanda, ecc. Imbarazzo generale.

Spadolini ai giornalisti sempre suscitò benevolenza, appariva come un bambinone tra l’isterico indifeso e il vanitoso così ingenuamente sfacciato… Faceva a tutti un po’ compassione. Ovviamente non potevo cedere. La trasmissione riprese. Sinceramente non ricordo se il mio quesito fu tagliato o Spadolini imbastì una rapida replica in politichese. A me sembrava semplicemente d’aver fatto una di quelle domande che ora sono state recentemente definite “giuste” da Elly Schlein. E che non rivolge più nessuno.

Sono trascorsi decenni. La sanità pubblica riuscì a superare persino Mani Pulite, rimanendo lottizzata, luogo di potere e di lucro illecito delle forze politiche. Ne è simbolo esemplare Roberto Formigoni. Poi è venuto il Coronavirus.

In questo numero una sezione dedicata a Beveridge, l’”inventore” del welfare state.

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