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di Carmelo Zaccaria

Pronunciamo la frase “Niente sarà più come prima”, con un fremito che lascia nella bocca una impalpabile sensazione di angoscia e di preoccupazione. Non comprendere appieno la svolta che prenderà la nostra vita ci turba e ci disorienta.

Siamo seduti sopra un crocevia impervio e indefinito, speriamo che il trauma che stiamo vivendo non lasci alcuna traccia, ma temiamo fortemente l’improvvisa apparizione sul nostro cammino di una realtà sconosciuta, imperscrutabile, collerica, a cui cerchiamo di resistere ostacolandone il passo, negandola, mettendoci di traverso.

Se è per questo nessuna umanità è stata mai pronta e partecipe nell’accettare le conseguenze di una sterzata così brusca nella corsa di tutti i giorni. Le pandemie, così come le guerre o le rivoluzioni, non arrivano a distruggere tutto il presente, ma lo ridisegnano.

La terribile pestilenza del 1346 si presentò come un esemplare “moto violento della storia”, per dirla con Luciano Canfora, che scompaginò, rimodellandola su basi inedite, la società feudale rimasta per secoli uniforme, immobile, bloccata nei modi di vivere e di pensare. Dopo quell’immane flagello davvero niente fu più come prima, ma comunque si tentò il meglio.

La scarsità di materie prime e la carenza di manodopera, oltre alle grandi estensioni di terre abbandonate da coltivare, diede l’impulso a straordinarie innovazioni e a più efficienti tecniche di produzione. Incominciarono a formarsi nuove istituzioni politiche e forme organizzative più incentivanti che sfociarono poi nella fiorente stagione del Rinascimento, per diventare a loro volta fattori chiave nella rivoluzione industriale che fece seguito.

Ciò che noi oggi chiamiamo Europa occidentale nacque a fatica e con molte tribolazioni da quella frattura. Ovviamente si fecero delle scelte e si pensò a “come” costruire un nuovo mondo. Non si possono mettere indietro le lancette dell’orologio e questo vale sia per i nostalgici del ritorno alla natura sia per quelli che proveranno a presentarsi sulla scena con i vestiti e le idee di sempre.

Da un parte rigettiamo la spiegazione dell’evento catastrofico come causa soprannaturale, come ineluttabile castigo divino che ci obbliga ad espiare le nostre colpe con atti di contrizione e penitenza, dall’altra non possiamo però permetterci di mentire a noi stessi, lasciando inascoltato quell’impercettibile soprassalto di scrupolo, quell’insistente richiamo interiore che Sartre chiamava “cattiva coscienza”, per le mille storture prodotte dalla civiltà umana prima del diffondersi del virus, agevolandone di certo il contagio.

Perché senza lo stop imposto dal virus non avremmo mai trovato abbastanza forza per convincerci che il sistema economico fondato sulla voracità del capitale e sulla logica del profitto ad ogni costo stava dando il peggio di sé. Avremmo continuato a sorvolare sulla progressiva perdita di significato del valore della persona umana, ostinandoci nel guardare nella più totale indifferenza il campo dell’istruzione e del sapere, senza riuscire a preservare uno scopo autentico alle nuove generazioni di ragazzi che andasse oltre il fine del benessere e dell’arricchimento, lasciandole preda di un utilizzo consolatorio e morboso della dilagante webmania.

Inoltre, senza il silenzio imposto dal virus non avremmo preso coscienza della dispotica dissipazione del rapporto uomo-natura come dello stordimento provocato dall’inquinamento ambientale a cui il progresso ha delegato il desiderio dell’umanità.

Ma come diceva Stanislaw J, Lec “Non aspettatevi molto dalla fine del mondo”, perciò sarebbe meglio non considerare il virus come un semplice inciampo, un pretesto scherzoso per farci prendere un bello spavento, per poi proseguire con i vaneggiamenti di prima, ma un monito nel ripensare ad una nuova etica come fonte di ispirazione per una vita meno abbagliante e schizofrenica, e senza con questo dover passare per catecumeni della povertà o improbabili catastrofisti che preludono ad una imminente apocalisse.

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