di Aiel – Associazione italiana energie agroforestali

L’ammissione delle attività forestali e della produzione di biocombustibili legnosi tra le attività produttive consentite durante il lockdown ha provocato le reazioni negative di alcune associazioni che hanno diffuso fake news sulle aziende boschive e sulla loro attività in bosco, accusando il settore di sfruttare le foreste come fossero “miniere di legname” e di produrre un biocombustibile inquinante e responsabile della morte di migliaia di persone ogni anno. Nulla di più falso e tendenzioso. Vediamo perché.

Il bosco italiano cresce da 50 anni. Il patrimonio forestale italiano, secondo i dati dell’Ultimo Rapporto Annuale sulle Foreste (Raf) redatto dal Mipaaf, si estende per 11 milioni di ettari (circa un terzo del territorio italiano), valore che è raddoppiato negli ultimi 50 anni. Le attività di taglio del bosco riguardano solo il 20% della cosiddetta “ripresa”, ossia la quantità di legname cresciuta ogni anno: un dato molto basso rispetto a quanto succede in altri Paesi europei in cui questo valore raggiunge valori 3 volte superiori.

Le aziende boschive sono accusate di “saccheggiare” le foreste, ma ogni taglio in bosco, sia esso pubblico o privato, è soggetto ad autorizzazione e regolamentato dalla normativa nazionale. È noto, come riportato da un gran numero di studi scientifici, che un bosco giovane ha una capacità di assorbimento del carbonio molto più alta rispetto ad un bosco “antico”.

La gestione forestale sostenibile mantiene la foresta “giovane”, consentendo il taglio degli alberi giunti a maturità ma garantendo la conservazione della biodiversità e l’erogazione dei servizi ecosistemici. È chiaro quindi come l’accusa volta alle imprese boschive di sfruttare e distruggere le foreste sia totalmente falsa, infondata e smentita dai dati ufficiali.

I boschi schiantati da Vaia vanno ripuliti

In Italia l’87% dei boschi è sottoposto a vincolo idrogeologico: in queste zone i tagli sono strettamente regolati per consentire al bosco di mantenere una delle sue funzioni più importanti, quella di protezione. La tempesta Vaia, interessando quasi 2 milioni di ettari, ha generato una serie di conseguenze legate alle diverse funzioni svolte dai boschi: in primis, la caduta degli alberi su vaste superfici ha fatto venire meno la protezione dei versanti dalla caduta di massi e valanghe e il ruolo di regimazione delle acque; inoltre l’elevata quantità di tronchi secchi presente al suolo funge da pericoloso innesco per gli incendi. Sono questi i motivi per cui è stato chiesto di poter riaprire i cantieri forestali, nell’interesse della salute e della sicurezza degli abitanti dei territori colpiti da Vaia.

Dalla legna il calore per il prossimo inverno

Dalle utilizzazioni forestali si ottengono anche i biocombustibili legnosi (legna da ardere, pellet e cippato) che, essendo una fonte di energia, sono considerati bene primario per i cittadini, la cui fornitura non può quindi essere interrotta. La legna da ardere prodotta in queste settimane sarà utilizzata nella prossima stagione termica, quella dell’inverno 2020/2021, poiché necessita del giusto periodo di stagionatura per perdere umidità e diventare un prodotto idoneo a essere bruciato in stufe e caldaie. Anche l’utilizzo dei biocombustibili legnosi a scopo energetico è però accusato di essere dannoso a causa delle emissioni di CO2 e di polveri sottili.

Emissioni di CO2: legna o petrolio?

Per quanto riguarda le emissioni di CO2, è opportuno citare lo studio dell’Institut für Energiewirtschaft und Rationelle Energieanwendung (Ier) dell’Università di Stoccarda che, calcolato l’impatto della filiera produttiva e dell’uso di diversi tipi di combustibili per il riscaldamento, attesta le emissioni del gas naturale a 250 kg di CO2eq/MWh di energia termica prodotta, contro quelle del pellet pari a 29 kg di CO2eq/MWh, quelle del cippato pari a 26 kg di CO2eq/MWh e quelle della legna pari a 25 kg di CO2eq/MWh. Utilizzando biocombustibili legnosi in sostituzione ai biocombustibili fossili, quindi, si ha una riduzione di circa il 90% delle emissioni di gas climalteranti.

Sempre meno polveri sottili dalla combustione di legna

Per quanto riguarda invece le emissioni di polveri sottili, è importante sottolineare come i dati di Arpa Lombardia rilevino che dal 2010 al 2015 le emissioni di Pm dalla combustione di biomasse in Regione sono diminuite di circa il 30% e che dai dati di Arpa Veneto è confermata una riduzione del 20% delle Pm prodotte da legna e pellet nel periodo che va da 2006 al 2013. Questo grazie al “turnover tecnologico”, ovvero alla sostituzione dei vecchi apparecchi con generatori a biomasse più performanti dal punto di vista tecnico-ambientale.

Scienza cauta su correlazione polveri-Covid

Infine sulla correlazione tra diffusione del virus Covid-19 e inquinamento atmosferico si è già espressa con una nota la Società Italiana di Aerosol (Sia), che annovera tra i suoi soci circa 150 ricercatori esperti sulle problematiche del particolato atmosferico provenienti da Università, Enti di Ricerca, Agenzie regionali e provinciali. Sia ha invitato alla prudenza nell’interpretazione dei dati disponibili poiché le conoscenze relative all’interazione tra livelli di inquinamento da Pm e la diffusione del Covid-19 sono ancora molto limitate. Questa posizione è stata ripresa e condivisa pubblicamente anche dall’ente pubblico Ispra (Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale).

Stop alle strumentazlizzazioni

Questa lunga serie di accuse, mosse superficialmente e non suffragate da solidi dati scientifici, è quindi da archiviare e non deve assolutamente minare la credibilità e la serietà di un settore, quello delle imprese forestali, che opera in un’ottica di professionalità e di rispetto delle normative e delle regole, e che rappresenta un importante comparto produttivo fonte di reddito e di posti di lavoro per i territori montani e non solo.

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