Il recente articolo di Luca Saltalamacchia chiama direttamente in causa noi Medici Isde, perché fa riferimento alla richiesta avanzata congiuntamente con l’Associazione Gufi (Gruppo Unitario per le Foreste Italiane) affinché il governo non riaprisse il taglio dei boschi di latifoglie (querce, faggi, carpini…) cedendo alle pressioni dalle aziende del settore.

Purtroppo la richiesta è caduta nel vuoto, ma è opportuno spiegarne i motivi, ricordando che già l’attuale normativa a protezione dell’ambiente vieta questa attività nella stagione primaverile. Infatti tagliare le latifoglie in primavera tramite la tecnica del ceduo (rimozione del tronco lasciando solo una ceppaia da cui nascono nuovi polloni) danneggia le piante che, data la primavera inoltrata, hanno iniziato la stagione vegetativa; per non parlare della nidificazione in corso e delle ricadute negative sul complesso dell’ecosistema boschivo che tutto ciò comporta.

La questione del taglio boschivo riapre lo spinoso problema della produzione di energia da biomasse e delle conseguenti ricadute sulla salute, sull’ambiente e soprattutto sul clima. Si tratta di temi già diffusamente affrontati in questo blog e a cui Isde ha dedicato interi capitoli in questo Position Paper. Ricordo che si possono stimare in circa 20.000 i decessi ogni anno attribuibili all’inquinamento prodotto dalla combustione di biomasse legnose; in questo testo tuttavia vorrei sfatare alcuni dilaganti assunti che sono vere e proprie assurdità, quali ad esempio che “il bosco ha bisogno dell’uomo”.

Basterebbe riflettere per capire che viceversa è “l’uomo che ha bisogno del bosco”, visto che alberi e foreste hanno preceduto la nostra comparsa sul pianeta di milioni di anni! Anche l’assunto che le foreste siano in tale aumento tanto da essere considerate “invasive” è assurdo perché si prende in esame solo la loro superficie e, come riferimento temporale, l’immediato dopoguerra, quando il patrimonio forestale era vicino ai minimi storici, dimenticando che l’Italia “è ricca di boschi, ma… poveri” perché la loro provvigione (massa legnosa) è la metà di quella potenziale che, invece, viene raggiunta in molti altri Paesi.

Ma anche l’assunto che tagliare e ripiantare alberi sequestrerebbe maggiore CO2 è totalmente errato, perché sono proprio le foreste vetuste, lasciate al loro sviluppo naturale, quelle maggiormente in grado di svolgere questa funzione, come qui documentato. Per l’assorbimento della CO2 infatti conta la superficie fotosintetica dell’apparato fogliare e non ci sono paragoni tra la chioma di un albero adulto e quella di un alberello piantato in sua sostituzione!

Non è neppure vero che bruciare legna sarebbe “neutrale” rispetto al carbonio: chi lo sostiene non considera le emissioni dell’intera filiera (apertura di piste, mezzi meccanici, taglio, trasporto etc…) né che il carbonio si trova anche negli apparati radicali, nella lettiera, nell’humus etc.

Soprattutto non si considera che il sequestro della CO2 per la formazione del legno avviene nel corso di decenni o di secoli; con la combustione tutta la CO2 così accumulata viene liberata istantaneamente e per catturarne eguale quantità e “bloccarla” in nuovi alberi serviranno nuovamente decenni o secoli, ma il cambiamento climatico in atto non ci mette a disposizione tutto questo tempo!

Nessuno di noi, sia di Isde che di Gufi, è contro l’utilizzo razionale e sensato del legno in sostituzione della plastica o per mobili, infissi, case etc, ma ciò che con forza contrastiamo è la miope visione utilitaristica di boschi e foreste, intese non come sistemi complessi essenziali per l’intero equilibrio del pianeta, ma come fonte pressoché illimitata di guadagno grazie alle centrali a biomasse.

Questi impianti non si reggono per l’energia prodotta, che soddisfa solo in minima parte le esigenze del paese (in Usa meno dell’1%), ma per l’enorme business che comportano godendo di sussidi.

La necessaria transizione energetica ha, già oggi, un ventaglio di soluzioni possibili per una società sostenibile e capace di futuro ed è inconcepibile che un Paese che ha dato alla fisica e alla tecnologia contributi straordinari ed epocali (da Galileo a Volta, Fermi, Pacinotti…) ritorni al Medioevo, quando l’unica fonte disponibile di calore ed energia veniva dalla combustione del legno!

Anche una recente analisi della questione biomassa negli Usa, recentemente apparsa su Bloomberg (una delle più importanti riviste internazionali di economia), constata che un impianto a biomassa non può competere nel mondo di oggi senza forti sussidi e la poca efficienza di questo vettore energetico sta portando i produttori di energia da biomassa fuori mercato nonostante i sussidi.

Se l’affare non può reggere negli Stati Uniti, con la loro enorme economia di scala e con il mercato sussidiato, men che meno può reggere nel nostro paese. Data la drammatica crisi che sta attraversando l’Italia, sarebbe opportuno evitare sprechi di denaro pubblico e lavorare invece per la preservazione del capitale naturale di questo paese, che da sempre rappresenta una vera fonte di reddito e di sviluppo economico.

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