Un gol su papera clamorosa, un altro fortunoso su rimpallo: una doppietta gialappesca che però fa gridare al miracolo. Una doppietta così rocambolesca per uno che di gol ne farà oltre 400 in carriera dovrebbe passare quasi inosservata, al limite far sorridere per poi diventare materiale per i tabellini e cancellare una giornata no: e invece fanfare e trombe, come se si trattasse di uno che non segna mai. Eh già, perché quell’attaccante da 400 gol 21 anni fa confinato alla dimensione di equivoco tattico, di bello e incompiuto… di uno che vuole fare la punta senza segnare mai.

Talento incredibile Thierry Henry: gambe lunghe, dribbling da mandare ai matti i migliori difensori del mondo e velocità impressionante. Con quel passo e quel controllo si fa notare già da ragazzino e in base a quel fastidioso assunto secondo cui se sei fortissimo giochi a 16 anni come a 36, senza bisogno di andare a farti ossa, Wenger lo fa esordire a neanche 17 anni, mandandolo in campo pure diverse volte al posto di mostri sacri biancorossi come Ikpeba o Madar o Sonny Anderson. Gioca di più l’anno dopo, con Ettori, e poi esplode definitivamente con Tigana in panchina: con Ikpeba e Sonny Anderson fanno crollare le difese avversarie che in Francia, c’è da dire, allora come ora non sono proprio irresistibili. Il brasiliano segna 19 gol, Ikpeba 13 ed Henry solo 9.

Il Monaco vince il campionato e l’anno dopo Tigana, orfano di Anderson, lancia un altro giovanissimo e promettente attaccante: Trezeguet. Il Monaco arriva in semifinale di Champions perdendo contro la Juve, Henry gioca benissimo e guadagna la nazionale ma segna sempre pochissimo: 4 gol in campionato, 7 in Champions. Perché non c’è dubbio: per Wenger, Tigana e Jacquet quel ragazzo che in progressione diventa devastante è un esterno. Un’ala che deve mangiarsi i terzini e regalare assist prima a Sonny Anderson, poi a Trezeguet, in nazionale addirittura a Guivarc’h (che fa l’attaccante ma di senso del gol ne ha meno di Blanc, che fa il libero) e se segna pure una decina di gol a stagione tanto meglio. Un’ala dunque. Fortissima, ma sempre un’ala, che intanto vince il mondiale casalingo segnando anche 3 gol, ritrovandosi campione del mondo a soli 21 anni.

Un predestinato. E come tutti i predestinati la squadra che ti ha lanciato prima o poi ti inizia a stare stretta. Lo vuole l’Arsenal, del suo papà sportivo Wenger, ma non se ne fa nulla e per un’altra stagione pare che Thierry dovrà restare nel Principato… finché si infortuna Alessandro Del Piero alla Juventus. La squadra di Lippi è campione d’Italia e vicecampione d’Europa uscente e punta a confermarsi, ma Del Piero a Udine coi bianconeri prima in classifica a novembre si rompe i legamenti: seguono quattro sconfitte e un pareggio in casa con l’Empoli in cinque partite, con la bellezza di 0 gol segnati. Serve andare sul mercato: Moggi prende Esnaider dall’Espanyol, nome da sempre sul suo taccuino e a sorpresa Henry dal Monaco. Il francese gioca tre spezzoni di partita con Lippi, poi il toscano si dimette e arriva Ancelotti col 4-4-2, che come i suoi predecessori non ha dubbi: Henry è un’ala. Deve fare il quarto di centrocampo. Deve coprire la fascia. E il 21enne fa anche ottime gare da ala: col Vicenza, con la Roma lascia sistematicamente sul posto uno che si chiama Cafu, col Bologna.

Ma in tutte le gare il giudizio è sempre lo stesso: bello, elegante, fortissimo… inconcludente. Divora la fascia e gol già fatti sotto porta. Sbaglia troppo, tanto che pure l’Avvocato avrà da ridire: “E’ forte, ma ha qualcosa da migliorare”. In una stagione ormai compromessa, il 18 aprile di 21 anni fa, la Juve si toglie la soddisfazione di battere a domicilio la Lazio di Eriksson prima in classifica e in corsa per lo scudetto. Sotto il diluvio Henry sparacchia un destro da fuori: Marchegiani avrebbe vita facile ma se la butta in porta da solo. Non è un granché ma è il primo gol in bianconero e il giovane Henry lo festeggia con una grande esultanza correndo versa la panchina abbracciando compagni e Ancelotti. Segna anche Tacchinardi, Mancini prova a riprenderla, ma in un batti e ribatti in area e ancora goffamente il francese segnerà di nuovo, facendo doppietta e fissando il punteggio sul 3 a 1 finale. Due gol accolti come un miracolo dai tifosi, inferociti con la dirigenza per quella stagione e anche per quel mercato: Henry è ai primi due gol dopo 4 mesi in bianconero, Esnaider è assolutamente impalpabile. Quasi quaranta miliardi di lire per due gol. La stagione finisce al settimo posto, la Juve perde pure lo spareggio per l’accesso alla Coppa Uefa contro l’Udinese e chiude con una ben poco onorevole qualificazione all’Intertoto.

Henry era un predestinato, e come tutti i predestinati arriva anche il momento in cui viene da dubitare se chi ha detto di te un gran bene abbia esagerato. La sua posizione è tutt’altro che solida alla Juve, tanto che gli viene proposto di andare all’Udinese, come pedina di scambio per portare Marcio Amoroso in bianconero. Andrà via comunque, senza troppi rimpianti dei tifosi juventini. Considerando l’idea di essere merce di scambio offensiva Henry rifiuterà l’Udinese e preferirà tornare da Wenger, all’Arsenal. All’allenatore, nonostante avesse in rosa Suker e Kanu oltre all’intoccabile Bergkamp verrà il dubbio di farlo giocare prima punta… seguiranno 240 gol, 4 titoli di capocannoniere della Premier, 2 scarpe d’oro, 5 nomine nella squadra dell’anno Fifa, 2 titoli d’Inghilterra, 3 Fa Cup, poi la Champions col Barcellona e altri 50 gol in blaugrana e le immagini di uno dei centravanti più devastanti della storia del calcio. No, non era un’ala.

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