Non sappiamo quanto durerà ancora questa situazione e quale sarà la nuova normalità. Meglio prepararsi al peggio o, se vogliamo essere ottimisti, progettare il nostro futuro imminente invece che limitarci a subirlo. Alcuni pezzi di società lo stanno già costruendo, come la scuola.

Vorrei usare questo spazio per raccogliere le vostre storie di studenti e insegnanti alle prese con la didattica on line: nel giro di poche settimane tutti – dalle elementari all’università – sono passati da un insegnamento tradizionale a qualcosa di completamente diverso. Al posto di quaderni, lezioni e compiti da consegnare, ci sono classi su Zoom, esercizi via WhatsApp e tanto altro.

Come vi siete adattati? Vorrei chiedervi di fare esempi concreti di cosa sta funzionando e cosa no. Quali strumenti usate, quali colli di bottiglia rendono complicata la transizione (le competenze degli insegnanti? l’assenza di tablet e pc nelle case? La connessione scarsa? E come aggirate questi vincoli?).

Un mondo come quello dell’istruzione che di solito metabolizza i cambiamenti nell’arco dei decenni si trova ora a completare una transizione in poche settimane. Per quel poco che ho sentito finora, i risultati sono sorprendenti, con più storie di successo che di fallimento.

Comincio io e vi racconto come è cambiata nell’arco di poche settimane – letteralmente due, tra la fine di un trimestre e l’inizio dell’altro – la didattica all’Università di Chicago dove lavoro ora.

La vita degli studenti degli Mba – i master in business administration che sono il programma principale offerto dalla Booth School of Business dove sto io – si svolge ora in uno spazio digitale che si chiama Canvas. Era attivo anche prima, per scaricare le slide o le letture, caricare i compiti, ricevere le comunicazioni sulla logistica, ma ora è il centro di tutto. Sparite le lezioni tradizionali – una a settimana di tre ore per ciascun corso – i professori stanno sperimentando nuove modalità.

Nessun essere umano riesce a rimanere concentrato tre ore su Zoom senza finire presto a fare altro, tra social e siti. Quindi i docenti cercano di coinvolgere gli studenti in vari modi: la lezione via Zoom prevede, per esempio, sondaggi continui, per raccogliere le opinioni della classe, quando il professore fa una domanda chi vuole rispondere può “alzare la mano” su Zoom e ottenere la parola. Ma c’è anche il momento per le discussioni in gruppi ristretti: Zoom offre al docente la possibilità di suddividere la classe in “stanze” parallele per un certo periodo di tempo.

Il tempo della didattica on line si frammenta e dilata, le dinamiche si invertono: nel mondo di prima in classe si ascoltava il professore e a casa si facevano gli esercizi. Ora è il contrario. Molti professori registrano pezzi di lezioni frontali – tra i 20 e i 45 minuti – che lo studente può guardare quando crede e poi, nella lezione “in diretta” su Zoom, si passa direttamente alla interazione, che nelle business school è soprattutto discussione di “casi” (la strategia di espansione internazionale di WalMart, le fusioni tra compagnie aeree…).

Trovare un equilibrio non è facile: è vero che stiamo tutti a casa, ma il numero di ore di una giornata non è variato. Questo tipo di didattica discontinua e interattiva richiede moltissimo tempo, anche perché oltre alle lezioni poi gli studenti di Mba hanno spesso i lavori di gruppo (altre riunioni su Zoom, altri file condivisi, altre conversazioni su Slack…).

Ci vorrà un po’ a trovare l’equilibrio.

Anche gli esami, ovviamente, devono adattarsi: addio ai test a crocette, alle domande sulle nozioni, agli esercizi che replicano quanto visto in classe o a casa. Gli esami da remoto diventano “open book”, cioè con domande che richiedono ragionamento e non aver imparato tutto a memoria, alcuni professori li abbandonano del tutto e assegnano più punti ai lavori di gruppo o alla partecipazione in classe (la fantasia delle business school su questo è infinita: domandine rapide prima della lezione, quiz durante la lezione, test su quanto appreso subito dopo….).

Ovviamente questo tipo di didattica va bene per business school con notevoli budget a disposizione e che si rivolgono ad adulti, gente che ha già una laurea e una esperienza lavorativa e investe tempo e denaro in una formazione aggiuntiva.

In questo momento la sfida per le business school è offrire una didattica da remoto che compensi anche la perdita di uno degli aspetti cruciali degli Mba, la creazione di connessioni tra studenti e con le aziende. Perché gli studenti pagano un Mba per fare un salto di carriera, non per apprendere nozioni. Altre scuole di ordine e grado diverso si confrontano con problemi e sfide completamente differenti. Non riesco neanche a immaginare come possa essere la didattica di una quarta elementare su Zoom…

Per questo spero che in tanti vogliano condividere le loro storie qui: nessun dibattito in questo momento è tanto importante come quello sulla formazione per il mondo post-Coronavirus. Anche e soprattutto in tempo di crisi e recessione, il futuro dell’economia e della società dipende dalle persone e dalle loro idee. La scuola – di ogni ordine e grado – plasma entrambe.

Raccontate qui le vostre storie o mandatemele via mail a s.feltri@ilfattoquotidiano.it

Sostieni ilfattoquotidiano.it: il tuo contributo è fondamentale

Il tuo sostegno ci aiuta a garantire la nostra indipendenza e ci permette di continuare a produrre un giornalismo online di qualità e aperto a tutti, senza paywall. Il tuo contributo è fondamentale per il nostro futuro.
Diventa anche tu Sostenitore

Grazie, Peter Gomez

ilFattoquotidiano.it
Sostieni adesso Pagamenti disponibili
Articolo Precedente

Coronavirus, graduatorie scolastiche bloccate. Dai precari a chi sogna il concorsone: l’emergenza tiene (di nuovo) in sospeso gli insegnanti

next
Articolo Successivo

Scuole chiuse, cosa cambia se si torna o meno in classe il 18 maggio

next