San Pietro spalancata al mondo. Quella piazza che tutto il mondo conosce. Che ha visto incoronazioni e funerali di papi, il sangue di un pontefice aggredito e la catarsi laica e religiosa di Wojtyla morente – per novanta minuti venerdì sera 10 aprile è diventata specchio di un dramma sacro universale. Intrecciando orrore della morte, sete di salvezza, vite di assassini e “scartati”, bisogno di riscatto, il perdono di Dio e l’amore che tutto abbraccia.

L’arrivo della “peste”, la serrata totale di ogni attività comunitaria aveva preso alla sprovvista la Chiesa di Roma e il suo papa. Poi Francesco ha ripreso l’iniziativa. Si è mostrato per le vie di Roma, ha organizzato la liturgia del 27 marzo sul sagrato deserto della basilica vaticana.

Per i romani, i fedeli, i pellegrini la cancellazione della Via Crucis al Colosseo era stata uno choc. Il segno che l’epidemia è più forte di tutto. Con un colpo d’ala il papa argentino ha messo in scena un evento ancora più impressionante. In quello spazio fuori dall’ordinario, creato da Bramante, Michelangelo e Bernini e tanti altri geni del Rinascimento, in quello spazio che vuoto lascia senza fiato, Francesco ha parlato attraverso simboli comprensibili a tutti: credenti e non credenti, seguaci di ogni religione e filosofia.

Il papa solo davanti alla basilica di San Pietro, punto fermo nella catastrofe che sconvolge il mondo. La processione della croce, che seguendo un tracciato di fiammelle va dalla basilica verso la piazza, verso il mondo, e dalla piazza torna verso la basilica per consegnare la croce al vecchio papa perché consegni al Cristo le sofferenze universali. Il vecchio papa che con voce velata e a tratti incrinata batte e ribatte su un concetto: Dio solleva l’uomo dalle sue cadute… “Vieni in aiuto alla nostra debolezza e donaci occhi per contemplare i segni del tuo amore disseminati nel nostro quotidiano”. E poi il lungo silenzio della preghiera interiore quando Gesù di Nazareth spira sul patibolo.

Nella società globalizzata, miscuglio di mille impulsi, immagini e credenze, in cui l’epidemia e la gestione medica dei contagi avevano dato l’impressione di spingere al margine la religione, Francesco ha mostrato che la fede nell’ora della catastrofe ha una sua parola da dire, è portatrice di speranza, costruisce solidarietà e spinge uomini e donne a interrogarsi sulla presenza di Dio e il senso del “vivere insieme”.

L’Avvenire, giornale dei vescovi, titola giustamente l’articolo di cronaca sulla Via Crucis “Il Silenzio di Francesco”. Perché Bergoglio ha lasciato che – nelle meditazioni preparate nel carcere di Padova – parlasse il dolore dei vinti che hanno fatto il male e di chi sta loro accanto: un ergastolano, quattro altri detenuti, due genitori a cui hanno ammazzato la figlia, la madre di un detenuto, la figlia di un ergastolano, una catechista, un frate, un’educatrice, un magistrato di sorveglianza, un sacerdote accusato e assolto, un agente di polizia penitenziaria che è anche diacono.

Francesco aveva chiesto mesi addietro al cappellano del carcere don Marco Pozza di organizzare le meditazioni. Allora l’epidemia non era ancora scoppiata. A maggior ragione adesso la voce degli “scartati” ha acquistato forza. E nel silenzio di Francesco la cerimonia ha rotto i confini confessionali, dando voce in un certo senso ad ogni religione, che affronti il rapporto tra rapporto tra Dio e Dolore.

Non è un caso che a Nuova Delhi il leader nazionalista Modi, pur sostenuto da movimenti induisti ultra-fondamentalisti, abbia twittato che il Venerdì santo “ricordiamo Cristo Signore e il suo impegno per la verità, il servizio e la giustizia”.

Proprio perché parla al mondo, Francesco unisce lo slancio spirituale alla concretezza della riflessione sul dopo-virus e al monito per una ricostruzione, che veda al centro una società più giusta ed equa. “Quale sarà il dopo?”, ha già cominciato a chiedersi, riunendo un gruppo di lavoro nel Dicastero vaticano per lo Sviluppo umano integrale.

Intervistato da Austen Ivereigh per la rivista inglese Tablet, Francesco ricorda che la natura abusata si vendica e che il compito che sta dinanzi a tutti – se davvero si vuole imparare la lezione dell’epidemia – è di pensare ad un’economia meno liquida, più umana. “E’ il momento di vedere il povero” e non lasciare che faccia parte semplicemente del paesaggio. “Vedere i poveri – ha detto – significa restituire loro l’umanità. Non sono cose, non sono scarti, sono persone. Non possiamo fare una politica assistenzialistica come con gli animali abbandonati”. Se non ci sarà la conversione ad una visione in cui ogni essere umano è trattato secondo la sua inalienabile dignità (ricordata anche durante la Via Crucis), la crisi successiva al virus porterà a cambiamenti in peggio.

“Il futuro è adesso, nella fame delle persone senza un lavoro fisso”, ha scritto il Papa al magistrato Roberto Gallardo, presidente del Comitato Panamericano dei giudici per i diritti sociali. Prepararsi al “dopo” già ora è importante. Contrastare la “comparsa degli usurai, criminali disumani che sono la vera piaga del futuro sociale”. Mettere al primo posto la salute della popolazione per scongiurare un “genocidio virale”, che colpirebbe gli strati più deboli della società.

La piaga che incombe, sottolineava Francesco sul sagrato di San Pietro il 27 marzo rovesciando antiche credenze, non è una punizione divina. Non è il tempo del giudizio di Dio, “ma del nostro giudizio: il tempo di scegliere che cosa conta e che cosa passa, di separare ciò che è necessario da ciò che non lo è. È il tempo di reimpostare la rotta”.

Credenti o non credenti, tutti hanno colto perfettamente.

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