Mai come in questa epidemia è apparsa così evidente l’eclissi della religione dalla scena pubblica. Per la prima volta dai tempi del medioevo un grande fenomeno come la peste imperversa e domina ogni spazio nell’assenza totale dei simboli religiosi. Prova più lampante della secolarizzazione e del suo spessore non poteva esserci.

Per mille anni l’Europa cristiana ha sempre osservato nei grandi momenti di catastrofe il prorompere del sentimento religioso e dei suoi apparati. Il risuonare delle litanie, chiese stipate di fedeli imploranti, strade percorse da processioni di supplici, i frati nel lazzaretto, i preti solitari nelle città silenziose ad accompagnare i morti o portare l’estrema unzione agli infermi. E nel momento in cui crollava il picco della mortalità, si innalzavano le colonne dedicate alla Madonna salvatrice dalla peste.

Nella civiltà dell’immagine l’assenza risalta. Sul palcoscenico odierno svanisce la Religione, resta padrona incontrastata la Scienza. Eroi e martiri sono medici e infermieri, il verbo è diffuso dai governanti, dai sindaci, dai governatori di regione, l’unica liturgia è la conferenza stampa serale con il suo elenco di morti, guariti, raccomandazioni da seguire. Che al personale medico venga affidata la missione di dare un’ultima benedizione ai morenti è quasi un atto di resa da parte del clero.

E’ un fatto inevitabile. L’unica via per combattere il morbo è quella dettata dalla scienza. Stare insieme provoca contagio. Stare insieme è letale. Pensare di presentarsi ai malati come messaggeri del Signore rischia di provocare danni.
Il dato impressionante è che l’oscuramento investe – in alcuni luoghi simbolici – entrambe le grandi religioni mondiali, il cristianesimo e l’islam. Tutte e due imperniate sull’adorazione di Dio in comunità, in spazi assembleari. Non è solo deserta piazza San Pietro, altrettanto deserta – riferisce l’agenzia Asia News – è la spianata davanti alla Kaaba alla Mecca. Chiusa è la Cupola della Roccia a Gerusalemme, uno dei luoghi più sacri del mondo mussulmano.

L’eclissi del religioso investe anche l’immaginario. Tramontata la credenza del castigo divino, causato dai peccati dell’uomo, sparita la visione tragica e grandiosa della Danza macabra, che nel suo corteo livella le disparità sociali, trascinando nella polvere principi e contadini, imperatori e re, abati e mercanti, gran dame e prostitute – l’immaginario svuotato si riempie di visoni cospirative. Il morbo deve avere per forza un’origine tenebrosa. E’ colpa dei pipistrelli mangiati dai cinesi… è colpa dei soldati americani andati in Cina… è colpa del Nemico. La notte della ragione genera continuamente mostri.

Papa Francesco ha mostrato di accorgersi di questa eclissi. Ha contrastato la prospettiva di chiese totalmente sbarrate. E si è fatto ritrarre a piedi per le strade di Roma. Ma è stato un flash fotografico troppo breve per risultare incisivo. Perciò in queste ore sembra essere passato al contrattacco. L’idea lanciata domenica di un Padre Nostro mondiale, recitato alla stessa ora, in tutti i continenti, da tutti i seguaci di Cristo quali che siano le loro denominazioni, rivela l’intenzione di riconquistare almeno per un momento lo spazio pubblico. Lanciando il messaggio che la lotta al male non è solo impegno medico, scientifico e tecnico ma anche sforzo spirituale di speranza, di fratellanza, di fiducia e anelito al Padre che non abbandona i suoi figli.

L’immagine di Francesco domani alle sei della sera, tutto solo davanti alla basilica di San Pietro, avrà il significato di un richiamo alla morte e alla resurrezione nel segno della più totale umiltà. Perché, come disse ai vescovi americani a Washington nel settembre 2015, nel mondo attuale la “Croce (non deve diventare) un vessillo di lotte mondane”, ma ha senso unicamente nel “lasciarsi trafiggere e svuotare di se stessi”.

E tuttavia la stagione attuale – persino con i mutamenti imposti sulla scena pubblica – è anche un pungolo al cambiamento e all’iniziativa. Lontana dal palcoscenico, la presenza cattolica nell’ora della peste si mobilita a livelli molteplici. Volontari che portano cibo e assistenza agli anziani e a chi è in quarantena. Oratori che riorganizzano la loro attività sui social. Catechesi e letture della Bibbia tramite lo stesso canale.

Venerdì scorso il rosario lanciato dalla Cei ha raccolto intorno a Tv2000 oltre quattro milioni di fedeli. Altri 840mila si sono sintonizzati sulla diretta streaming sui siti di Avvenire e Vatican News, 260mila hanno invece seguito la preghiera sul Facebook della Cei, In tutto, contando ance le emittenti locali diocesane, qualcosa come cinque milioni e mezzo di uomini e donne in preghiera.

Diocesi e parrocchie si muovono. Sul Corriere della Sera il vescovo di Bergamo, mons. Francesco Beschi, racconta di una mobilitazione silenziosa: persone in quarantena impossibilitate a tornare a casa, che sono accolte dalla diocesi, stanze del seminario messe a disposizione di medici e infermieri di fuori città, un centro di ascolto permanente, appartamenti sicuri per i senzatetto e una raccolta fondi straordinaria organizzata insieme agli imprenditori locali.

Quel vangelo della testimonianza, che Francesco predica da anni e che anche Ratzinger considerava indispensabile, nelle ore più cupe non cessa di manifestarsi.

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