Caro diario di quarantena, oggi va tutto bene.
Per adesso, tra responsabilità e fortuna, le giornate scorrono lente ma non immobili, in buone condizioni fisiche e mentali. E sono sufficientemente propositivo. Mi guardo bene dai lamenti ma non posso tenere fuori dalla porta le riflessioni. Parlo poco, guardo tanto (dentro e fuori) e mi preparo un taccuino di propositi per il futuro prossimo. Ho tutti gli strumenti che servono per non buttare via questo tempo che, essendo l’unico ad esserci concesso, continuo a considerare prezioso. E non mi manca non essere “a pieno regime”. Certo, ho una leggera paura del domani e non dormo benissimo. Ma mi guardo bene dai lamenti, l’ho detto.

Sto leggendo tanto: ho ripreso in mano qualche saggio di Bill Bryson che mi insegna e mi diverte, in particolare Breve storia del corpo umano e sto scoprendo cose favolose. Tu sapevi che battiamo le palpebre 14000 volte al giorno? E che il nostro corpo ha 7 ottilioni (sette miliardi di miliardi di miliardi) di atomi esclusivi con l’unico, grande desiderio di essere noi? E che il cuore ci batte nel petto 100 000 volte al giorno, 3 miliardi di volte nell’arco di una vita intera ma che non c’entra niente con i sentimenti? (Beh sì, questo magari già lo sapevi). Nessuno sa il perché, di punto in bianco, intorno al XIV secolo, abbiamo iniziato a rappresentarlo con il simbolo che incidiamo su panchine e cortecce d’albero.

In questi giorni di informazione convulsa sono anche inciampato su una piccola riflessione su quanto mi manca il giornalismo capace di trasformare un incontro in un racconto, così ho ripreso in mano Non perdiamoci di vista di Enzo Biagi e Frank Sinatra ha il raffreddore di Gay Talese. Mi piace perdermi in questi quadri di storia perché non c’ero o ero troppo piccolo per ‘prenderla sul serio’. E poi perché più passa il tempo e più che credo che quando i miei maestri dicevano che non puoi sapere chi sei se non sai da dove vieni avessero tanto ragione (ho scoperto l’acqua calda, già). Però non sono un hipsterone che si riempie la bocca di cultura rubata, va detto.

Se qualche amico mi chiedesse un consiglio di lettura, lo obbligherei a leggere tutto Christopher Moore partendo dalla trilogia dei demoni a NY (Un lavoro sporco ‘vale il prezzo del biglietto’) e se volesse alternare il tutto con Tibor Fischer e la sua Gang del pensiero – altro libro strepitoso che non mi stanco di rileggere – allora credo che sarebbe un amico più che degno di farmi compagnia. Poi ci sono i romanzi rosa… No, scherzo, quelli proprio non li reggo anche se, per un attimo, ho creduto ad Alain de Botton e ai suoi Esercizi di amore.

Ti dirò che Shogun di Clavell mi sta dando soddisfazione. È vero, lo sto leggendo lentamente: è un romanzo favoloso, inteso e avventuroso… Il Giappone, i pirati, il XVI secolo, la cristianità e l’onore dei samurai. E poi sensi di colpa e i Kami – gli spiriti – che portano ventate di karma (più che ventate sono tempeste effettivamente) sui poveri protagonisti. Questi “consigli di lettura noncuranti” per dire che, secondo me, abbiamo tutto il tempo di alternare i libri alle le didascalie delle foto su Instagram. Una giusta e lieta alternanza.

Sì, la musica. Certo. Caro diario di quarantena, questo per me è un argomento assai delicato. Io amo tantissimo la musica: è la mia passione e il mio privilegio è quello di poterci vivere e di fare vivere “grazie a lei” chi amo. È importante tanto quanto il cibo e in qualche modo si somigliano: se vuoi vivere bene devi ascoltare tutto. È vero che il cibo lo paghi (quello di qualità ancora di più) mentre la musica la esigiamo gratis. Fino a qualche giorno prima dell’’apocalisse’, i musicisti dovevano pensare solo a suonare mentre ora sono strumento lenitivo e unitario di una popolazione intera. Ma non siamo qui per fare polemica.

Se un amico mi chiedesse qualche consiglio di ascolto (magari quello che mi ha chiesto libri da leggere: uno vorace, un amico niente male), gli direi di essere curioso e di ascoltare quello che lo fa star bene e di cui sente di avere bisogno. Gli direi di fare così per la maggior parte del tempo. Poi però gli darei qualche ‘compito’ d’ascolto: alcune deliziose composizioni di Federico Mompou (per esempio le Impresiones intimas dei primi del ‘900), Glenn Gould, il dolore nell’ascoltare Nina Simone. Lo porterei a spasso negli anni ’70 usando Aqualung dei Jethro Tull, Physical graffiti degli Zeppelin e la trilogia berlinese di Bowie. Gli presenterei gli anni ’80 con una compilation di pop elettronico, cosi potrà dirmi che i Depeche Mode li conosceva già ma che i Picnic at the Whitehouse non li ricordava affatto. A questo punto, gli chiederei di fermarsi sugli anni ’90, che tra l’ultimo anelito di rock (e io sceglierei Ten dei Pearl Jam) e il primo vagito di elettronica contemporanea (prendiamo Exit Planet Dust dei Chemical Brothers e Homeworks dei Daft Punk) ci hanno spinto nel ventunesimo secolo. Così, arriveremo a scoprire la neo classica di Nils Frahm ma anche il gusto di Jon Hopkins. Probabilmente a questo punto il mio amico se ne uscirebbe col fatto che sono un dannato esterofilo. E in parte avrebbe pure ragione, ma se non conosce a memoria almeno un pezzo di Fossati, uno di Conte e uno di De André non perderei altro tempo per spiegargli oltre. Ho dimenticato tanto, dai dai Beatles a Battisti, da Lauzi agli Helloween ma santo cielo, non credo di aver tempo di raccontargli e suggerirgli tutto quel che amo. Ci sono troppe cose che mi piacciono. Magari avrò un’altra occasione.

Ciao, diario della quarantena. Adesso vado a guardarmi Attacco al potere 3, per distrarmi un poco. Ti scrivo presto.

Tuo, Davide

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