Una battaglia nella battaglia. La stanno combattendo in modo silenzioso gli operatori sanitari e le famiglie che hanno affidato i loro cari a strutture per anziani come le case di riposo e le Rsa, in particolare nelle zone dove il coronavirus si è diffuso con maggiore intensità.

I soggetti che rischiano di più se contagiati sono gli anziani, e questo ha portato diverse strutture, sulla base delle linee guida delle Ats, ad adottare precauzioni nel lavoro quotidiano: “Ad ogni inizio turno veniamo sottoposti a una visita medica per accertare le nostre condizioni di salute e valutare eventuali sintomi che potrebbero destare preoccupazione”, spiega lo psicologo Stefano Boggi, responsabile del servizio educativo e neuropsicologico delle strutture della Fondazione Opere Pie Riunite di Codogno onlus, attiva nel comune del lodigiano epicentro di uno dei focolai italiani con cinque nuclei residenziali che ospitano 144 persone.

Dal giorno in cui è stato comunicato l’isolamento e istituita la zona rossa le visite dei parenti sono vietate: nelle strutture entra solo il personale, e chi viene da fuori ha ricevuto l’autorizzazione del prefetto per poter entrare nell’area circoscritta. Una decisione molto forte che le famiglie però sembrano appoggiare: “Se è il prezzo da pagare per farlo stare bene, sono contenta di pagarlo, altro non possiamo fare”, dice Adriana Cipelletti. Il padre, 74 anni, è ospite di una delle strutture di Codogno: “Sarei stupida anche solo a pensare di andare a trovarlo, sapendo che potrei fargli del male o comunque metterlo pericolo. La parte razionale supera quella affettiva, è una tutela per lui e per chi è lì dentro insieme a lui”.

Le strutture, da parte loro, si stanno organizzando come possono: “Abbiamo attivato un gruppo di sostegno psicologico per normalizzare la percezione degli ospiti rispetto a quello che succede all’esterno. In questo modo si sentono tranquilli e tutelati, hanno capito che tutte le misure adottate servono per la loro sicurezza, per tenerli in un ambiente non contaminato e non a rischio”, racconta Boggi.

“Io vado tutti i giorni da papà, lui era abituato a vedermi spesso, a camminare e chiacchierare con sua figlia”, dice Adriana. Per la prima cosa dovrà aspettare, mentre per la seconda ora può utilizzare una linea telefonica dedicata, attivata in questi giorni, attraverso la quale i familiari possono chiedere di parlare con i parenti all’interno della struttura. “Abbiamo ricevuto quasi 200 chiamate in pochi giorni: per molti ospiti questo è l’unico mezzo di comunicazione che hanno a disposizione, e parlare con i parenti li tranquillizza”, spiega Boggi.

Le misure di contenimento dell’infezione sono le stesse anche nelle strutture di Casalpusterlengo e Maleo, altri due comuni della zona rossa del lodigiano, dove sono ospitate 210 persone in tre diversi centri. Da venerdì è stato interrotto l’ingresso dei familiari e il personale che accede viene controllato ogni giorno: “La situazione ovviamente ci ha mandato in crisi”, spiega il direttore sanitario dell’Azienda Speciale di Servizi di Casalpusterlengo, Gianpiero Marzani. “Le mascherine hanno iniziato a scarseggiare, c’è difficoltà a reperirle, e anche il lavoro è aumentato vistosamente. Stiamo parlando di fasce altamente a rischio rispetto a questo virus, è questa la vera prima linea per evitare che la situazione si aggravi”.

Ora, dice Marzani, sono necessari controlli molto più frequenti e può succedere che gli ospiti, per motivi precauzionali, vengano lasciati più a lungo nelle loro stanze: “Così si allungano i tempi per i singoli controlli e vengono interrotte le attività educative e motorie di gruppo. Stiamo cercando di riprenderle singolarmente, per riportare gli ospiti a uno stato di normalità che in realtà è molto lontano: la situazione è tutt’altro che risolta, è sufficiente una piccola infezione virale per far precipitare il quadro clinico di una persona”.

Le restrizioni per le case di riposo riguardano molte strutture delle regioni più a rischio, la Lombardia su tutte. E con il divieto di ingresso per i familiari, qualcuno ha colto l’occasione per far scoprire agli ospiti la videochiamata: a Cormano, nella casa di riposo della fondazione Mantovani, è stato attivato un numero WhatsApp dedicato, collegato ad un tablet, che permette a familiari e ospiti di continuare a vedersi. “L’iniziativa è partita da qualche giorno – spiegano le coordinatrici, Valeria Gambino e Simona Colombo – e fin da subito abbiamo effettuato e ricevuto decine di telefonate. La videochiamata permette ai parenti di sincerarsi anche grazie all’immagine delle condizioni di salute dei propri cari, un aspetto non di poco conto soprattutto in questi giorni in cui è forte l’allarme per la diffusione del virus”.

Per tanti ospiti, dicono, l’emozione è forte, un po’ perché non vedono i parenti da tempo, un po’ perché questo è un metodo di comunicazione mai sperimentato. “Abbiamo colto in positivo l’opportunità per avvicinare ancora di più i nostri ospiti alle loro famiglie. Lavorare in questa situazione però è difficile: siamo contente per il successo dell’iniziativa, ma speriamo che l’emergenza sanitaria finisca presto”.

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