Mentre Amnesty International definisce “inumani” i provvedimenti della Grecia nei confronti dei migranti arrivati al confine con la Turchia e che tentano di sbarcare nelle isole dell’Egeo, continuano gli attacchi a giornalisti e organizzazioni non governative da gruppi di persone che stanno cercando di impedire l’arrivo dei rifugiati provenienti dal Paese della Mezzaluna. E Medici Senza Frontiere chiude la clinica pediatrica di lesbo per motivi di sicurezza.

Nella notte tra lunedì e martedì, è stato incendiato un magazzino di cui si servivano diverse ong a Chios. I responsabili dell’organizzazione Solidarity in Chios hanno pubblicato le foto dell’edificio completamente carbonizzato, sostenendo che a provocare il rogo sono stati dei greci: “Questa era la warehouse. Dove stavamo smistando scarpe ieri pomeriggio – scrive su Facebook Elena De Piccoli – Qualcuno ha appiccato il fuoco, intorno alle 2 di notte, erano greci. Questo era il posto di partenza di tutto, dove portavamo le donazioni, dove prendevamo quello che serviva per aiutare le persone. Tutte le persone. E sopra alla warehouse c’erano degli appartamenti che sono stati resi inabitabili dall’incendio. Incendio che non è stato casuale e questo è stato accertato dalla polizia. Non è rimasto più niente, a parte i muri. Hanno distrutto tutto. La frase che stiamo sentendo più spesso è ‘Questo è solo l’inizio'”.

Obiettivo degli agguati di gruppi che stanno circolando nelle isole greche, dopo l’annuncio del presidente turco riguardo ai nuovi flussi di migranti, sono anche i giornalisti. Dopo le denunce di varie testate e organizzazioni, nella notte tra domenica e lunedì il giornalista Julian Busch ha diffuso un video sul suo profilo Twitter in cui denuncia di essere stato attaccato mentre si trovava in auto con una collega, a Lesbo: “Io e la mia collega Franziska Grillmeier – si legge nel post con tanto di video – siamo appena stati attaccati sull’isola di Lesbo, mentre stavamo guidando l’auto lungo la costa di Moria. Un gruppo di uomini vestiti di nero e a volto coperto, armati di pietre e bastoni, hanno lanciato sassi contro la nostra macchina. Abbiamo dovuto guidare molto velocemente per fuggire, ma siamo al sicuro”.


Queste tensioni hanno portato Medici Senza Frontiere a chiudere una loro struttura in territorio greco per motivi di sicurezza. “Oggi la clinica pediatrica di Msf di fronte al campo di Moria è rimasta chiusa per ragioni di sicurezza – ha comunicato Marco Sandrone, capo progetto di Msf a Lesbo – Non sappiamo se domani potremo riaprirla, stiamo aspettando garanzie dalle autorità. È doloroso per noi non poter svolgere il nostro lavoro, ma la sicurezza del nostro staff è condizione necessaria per poter assistere i nostri pazienti. La clinica pediatrica di Msf conta più di 100 visite al giorno, tra queste ci sono bambini con gravi patologie cardiache, casi di epilessia, diabete, causati dalle condizioni di vita in cui sono costretti da tempo. Problemi respiratori, dermatologici, legati alla nutrizione, e psicosomatici. Disturbi del sonno, di concentrazione, di sviluppo e soprattutto tanta, tanta paura”.

Amnesty si concentra invece sull’operato delle forze di sicurezza greche nei confronti dei rifugiati in arrivo. L’organizzazione ha definito “inumani” i provvedimenti messi in campo, un agghiacciante tradimento degli obblighi di Atene in materia di diritti umani e che mettono vite umane in pericolo. Il primo marzo, dopo una riunione del Consiglio per la sicurezza nazionale, ricorda Amnesty, le autorità greche hanno annunciato la sospensione temporanea della registrazione delle domande d’asilo delle persone che entrano irregolarmente nel Paese. Questo provvedimento si unisce a quello che prevede l’immediata espulsione, senza registrazione delle persone arrivate, qualora il ritorno nel Paese di origine sia “possibile”. Non è chiaro, sottolinea Amnesty, come le autorità di Atene stiano interpretando il concetto di “possibile” nell’attuale situazione. “Ognuno ha il diritto di chiedere asilo – ha dichiarato Eve Geddie, direttrice dell’Ufficio di Amnesty International presso le istituzioni europee – Espellere le persone in assenza di una giusta procedura potrebbe significare rimandarle verso gli orrori della guerra o metterle a rischio di subire violazioni dei diritti umani, in violazione del principio basilare del non respingimento”.

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