Milioni di euro in appalti in cambio di piccoli elettrodomestici, mobili e persino tende da sole. È lo spaccato che emerge dall’ultima inchiesta sulla corruzione nella Marina militare a Taranto, un’indagine condotta ancora una volta dalla Guardia di finanza di Taranto coordinata anche in questa occasione dal procuratore aggiunto Maurizio Carbone che già negli scorsi avevano portato alla luce il sistema illecito della Direzione di commissariato, la struttura che gestisce la fornitura di beni e servizi per le basi militari della Marina.

Questa volta nell’occhio del ciclone è finito l’Arsenale di Taranto che gestisce i grandi appalti per la costruzione e l’armamento delle navi militari della flotta. Nave San Marco, Tremiti, Saturno, Zeffiro e persino l’ammiraglia portaerei Cavour: galline dalle uova d’oro che facevano gola agli imprenditori tarantini che, secondo l’accusa, avrebbero dato vita a un vero e proprio “cartello” di imprese tra loro collegate per “pilotare – si legge nelle carte dell’inchiesta – l’assegnazione a loro favore degli appalti gestiti dall’Arsenale e dalla Stazione Navale della MM di Taranto, con l’estromissione delle altre imprese concorrenti”. Un sistema che avrebbe consentito di incassare illecitamente profitti per un ammontare di oltre 14milioni euro solo da giugno 2019.

Ai domiciliari sono finiti in dodici: due ufficiali della Marina – il direttore dell’Arsenale di Taranto, il contrammiraglio Cristiano Nervi, e il tenente di Vascello Antonio Di Molfetta, capo del Servizio Efficienza navi – due dipendenti civili Federico Porraro e Abele D’onofrio, quest’ultimo accusato di aver fornito al cartello i bandi di gara prima della loro pubblicazione ricevendo in caso una tangente da 700 euro. Tra gli imprenditori, oltre ad Armando De Comite che secondo l’accusa era a capo della struttura, spuntano i nomi di Angelo Raffaele Ruggiero, Alessandro Di Persio, Fabio Greco, Nicola e Gianluca Pletto, Giona Guardascione e Giacinto Pernisco.

L’inchiesta è partita dalla denuncia un imprenditore che ha svelato il sistema e descritto come chi non apparteneva al Consorzio veniva spesso escluso dagli affidamenti. Il cartello, però, ne era a conoscenza: gli imprenditori evitavano di parlare in auto o in luoghi ritenuti pericolosi, evitavano persino commenti in presenza di telefonini nei quali gli investigatori avrebbero potuto inoculare il trojan trasformando lo smartphone in un a cimice. Ma l’attenzione non sempre è stata efficace: i finanzieri, infatti, sono riusciti a documentare i loro incontri segreti nei quali ipotizzavano le mosse della magistratura.

“Non c’è niente – commentavano in una di queste occasioni uno di loro – c’è la turbativa d’asta… quella è l’unica ipotesi che possono fare”. Ma intanto lavoravano per ottimizzare gli incassi e favorire i complici: “Dobbiamo fare in modo che tutti siano felici e contenti”. Per le fiamme gialle la ripartizione degli appalti è stata effettuata “scientificamente”, in modo tale che il totale degli importi relativi alle gare venisse equamente diviso fra gli associati secondo gli accordi raggiunti nei summit che si tenevano in luoghi da loro ritenuti dagli stessi “sicuri”. Evidentemente non abbastanza.

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