Aveva tutte le carte in regola per vincerlo il suo primo Oscar. Ma anche superando se stesso in un’interpretazione gigantesca, Adam Driver non ce l’ha fatta. E chi provasse a lamentare il nostro uso improprio del tempo passato rispetto a un evento ancora da verificarsi, è invitato a comprendere che è talmente improbabile il trionfo del protagonista di Storia di un matrimonio da consentirci questa “licenza profetica”. Il motivo è semplice: a contrastarlo si è messo di mezzo un mostro. Anzi, un vero e proprio pagliaccio tragico sotto la cui maschera si cela il più grande interprete del momento in lingua inglese “in attività”. E la notazione si riferisce al ritiro “prematuro” dagli schermi di colui che, vivente, resta insuperabile, Daniel Day Lewis.

Joaquin “Joker” Phoenix si appresta, dunque, a vincere il suo primo Oscar da protagonista dopo due candidature non trasformate (The Master nel 2013 e Walk the Line nel 2006) e una terza nel 2001 da non protagonista per l’indimenticabile Commodo de Il gladiatore. Coppa Volpi veneziana rivinta “in pectore” dopo quella per The Master a causa del Leone d’oro conquistato dal suo Joker (i due riconoscimenti sono incompatibili allo stesso titolo), il 45enne figlio e fratello d’arte ha rastrellato qualunque altro premio sulla piazza grazie al freak cucitogli su misura da Todd Phillips, tanto che provare a scommettere contro di lui è ridicolo: le sue quote di vittoria sono infatti date a 1,04, cioè l’espressione di sicurezza da parte dei bookmaker.

E pensare che quest’anno la cinquina dei Leading Actors è particolarmente qualitativa, al punto che sarebbero state necessarie almeno un altro paio di caselle per riconoscere il grande talento esibito nel 2019, ad esempio per le interpretazioni eccellenti di Taron “Elton John” Egerton in Rocketman e del semisconosciuto Paul Walter Hauser nei panni del Richard Jewell di Clint Eastwood. Questi non hanno trovato spazio, purtroppo, superati da nomi più blasonati ancorché tutti diversamente straordinari.

Accanto a Driver che, ripetiamo, ha fatto qualcosa di meraviglioso dentro ai panni del divorziante Charlie Barber offertogli da Noah Baumbach, troviamo il “solito” Leonardo Di Caprio alla sua sesta candidatura con una statuetta già in bacheca (quella che gli portò The Revenant di Iñarritu nel 2016) stavolta mattatore per Quentin Tarantino nella sua favola vintage C’era una volta a.. Hollywood: poiché Leo non ce la farà, si consolerà degli abbracci del suo co-protagonista Brad Pitt che invece stavolta l’Oscar (da non protagonista però) dovrebbe riuscire a vincerlo.

Ma la qualità attoriale quest’anno parla anche non-inglese, ovvero il castigliano di Antonio Banderas talmente bravo da scavalcare le barriere anglosassoni e piazzarsi tra i Fab Five. Forte del premio a Cannes per aver rianimato l’alterego di Pedro Almodovar nell’autobiografico Dolor y Gloria, l’interprete di Malaga è alla sua prima nomination e se la godrà fino in fondo in quella Notte stellata del 9 febbraio.

Anche Jonathan Pryce, il più anziano della cinquina, ha zero chance di vincere alla sua prima nomination da protagonista, ma il suo talento non ha bisogno di presentazioni: l’unico britannico quest’anno fra i leading actors si è cimentato con sensibilità nel non facile ruolo di papa Francesco nella produzione Netflix The Two Popes (I due papi) diretta dal brasiliano Fernando Meirelles. A fargli da specchio è un altro gigante suo connazionale, quel Sir Anthony Hopkins perfetto sotto la tunica di papa Ratzinger anche lui nominato ma da supporting actor.

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