Visto il film di Ken Loach, sul lavoro, sulla società odierna, malata terminale: un’opera NECESSARIA! Un film duro, senza speranze, da cui si esce malissimo. Un motivo in più per imprecare contro il cinema italiota, sempre più chiuso tra conventicole di produttori, registi, sceneggiatori, attori, tutti legati in un circuito mortifero che non riesce a rappresentare altro che le proprie paturnie invero assai borghesi: crisi di coppia e storie di omosessualità, da anni non sembrano esserci altri temi, forse perché sono gli unici che si sperimentano nelle ricche dimore del centro. Al contrario, ieri sono riuscito a sventare l’idea di vedere il film su Craxi, dirottando coloro che mi accompagnavano su quello inglese. Davanti all’importanza, urgenza, incandescente attualità dei temi di Loach, la storia del rapporto tra la figlia e un padre decaduto e latitante (di questo, sostanzialmente, pare che si tratti) è a dir poco oziosa: peggio dei telefoni bianchi!

Comunque, quella dei simpatizzanti craxiani è una battaglia (persa) di retroguardia, che può appassionare solo noi che stiamo avanti con l’età e all’epoca ci schierammo decisamente. Non a caso né Salvini (il che è tutto dire), né i grillini, né le Sardine si sono espressi sul tentativo di riabilitazione. Ci è cascato Renzi e – oltre a parenti, famigli e sodali dell’interessato – qualche nostalgico della “Prima repubblica”.

Non sorprende più di tanto la posizione dei dalemiani (che io ho sempre chiamato dalebani per l’assetto fideistico-integralista). Vediamo perché: a mio avviso Craxi, se pure ci sforziamo di mettere da parte le innegabili magagne giudiziarie, anche dal punto di vista strettamente politico ha rappresentato l’inizio della fine. È da allora che le tradizionali categorie di “destra e sinistra” perdono significato e non sono più sufficienti (se non risultano talvolta addirittura fuorvianti) per l’analisi della realtà, almeno in Italia. Fino ad allora nessuno al mondo avrebbe messo in dubbio la collocazione di un partito socialista. Poi la politica dei due forni, i governi con la peggior Dc, le battaglie anti-sociali e anti-sindacali, una modernizzazione incentrata su parole d’ordine come leaderismo, decisionismo, presidenzialismo, hanno creato una confusione da cui non siamo più usciti.

Il conseguente berlusconismo, con un ventaglio di posizioni di politica sia interna che estera spesso contraddittorie ma semplicemente legate agli interessi immediati del padrone, ha fatto il resto. Per cui io oggi non saprei collocare neanche personaggi di primo piano come Napolitano, Prodi e tutti i passati presidenti del Consiglio, giù giù fino a Renzi, per non parlare della deriva attuale. Forse il vero discrimine, più che tra destra e sinistra, è proprio lì, negli anni del pentapartito: chi stava col governo, chi contro. Democristiani, socialisti e partitucoli satelliti da una parte, tutti gli altri fuori. Quanto al vecchio Pci, era sicuramente all’opposizione, anche per esigenze di collocazione internazionale in tempi di guerra fredda, ma governava nelle regioni e città più ricche. Se non bastasse, bisogna considerare che il partito aveva al suo interno la corrente dei miglioristi, guidata da Napolitano, che guardava con interesse alla politica craxiana; quindi anche lì in qualche modo una posizione moderatamente filo-governativa.

C’è poi chi, partendo da un presunto “primato della politica”, nei casi di più ottuso dogmatismo può giungere all’insofferenza verso qualunque forma di controllo, foss’anche quello giudiziario, con messa in discussione del principio della separazione dei poteri su cui s’incardina non solo qualunque ordinamento che aspiri a un minimo di democraticità, ma lo stesso concetto di Stato di diritto, con un governante non più legibus solutus. Ma tant’è: l’Urss, cui guardavano con tanto favore, si basava su tutt’altri principi, in primis la dittatura del proletariato. Altro che checks and balances!

Persi in queste diatribe intellettualoidi, abbiamo lasciato i lavoratori e in fin dei conti tutta la classe media privi di strumenti per affrontare e difendersi dalla violenza delle odierne dinamiche produttive iperliberiste. Ed ecco che nel film di Loach i poveri cristi (come siamo ridotti quasi tutti, di fronte a pochi ricchissimi) si battono tra di loro: riders contro riders, moglie contro marito alle prese coi debiti, padre contro figlio, delinquenti contro poveracci, opposte tifoserie calcistiche. E nessuno che capisce con chi prendersela veramente, mossi dalle prioritarie preoccupazioni di portare un piatto a tavola e pagarsi il mutuo per la casa. D’altronde, blairismo e flessibilità erano le parole d’ordine del lider maximo de noantri nel suo massimo fulgore.

Gli unici sprazzi di speranza vengono dal mondo femminile: la bellissima figura della figlia più piccola e i fugaci momenti di serenità e soprattutto umanità della moglie-badante nell’accudire vecchie signore.

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