di Simone Martuscelli

Milleottocentoventidue miliardi di dollari. Una cifra spaventosa che, se riutilizzata in maniera appropriata, potrebbe rappresentare la chiave di volta per tantissime questioni del nostro tempo. Invece, si tratta semplicemente della spesa militare mondiale nel 2018, resa nota dal Sipri di Stoccolma in un report di aprile.

Questa cifra rappresenta circa il 2,1% del Pil mondiale, con valori però molto differenti da stato a stato: solo i 29 paesi Nato spendono 1036 miliardi di dollari per la difesa, il 57% del computo globale. Nello specifico, l’Italia ha speso nel 2018 circa 27,8 miliardi di dollari: una cifra sicuramente molto importante, ma ancora molto lontana dalla soglia del 2% di Pil richiesta dagli Stati Uniti a tutti i membri del Patto Atlantico entro il 2024.

E proprio questo è stato uno dei temi più dibattuti al vertice Nato di Londra. Nelle conclusioni del meeting il segretario generale Jens Stoltenberg ha annunciato trionfalmente che nel 2019 le spese per la difesa di Europa e Canada sono aumentate del 4,6% (130 miliardi di dollari). Per l’Italia, questo incremento è stato abbastanza scarso: rispetto all’1,21% del Pil del 2018, la spesa militare è aumentata appena dello 0,01% nel 2019.

A questo proposito, il ministro della Difesa Lorenzo Guerini ha alzato bandiera bianca, osservando che la soglia del 2% entro il 2024 imposto dagli Usa “è un obiettivo non realisticamente realizzabile”. Ma ciò rappresenta tutt’altro che una presa di posizione ferma contro gli investimenti italiani nell’economia della guerra: poche settimane fa l’Italia ha autorizzato il passaggio alla seconda fase dell’acquisto di 90 F-35 dell’azienda americana Lockheed Martin, decisione insolitamente approvata quasi all’unanimità dal Parlamento. Il governo italiano ha inoltre confermato l’adesione al programma di progettazione degli aerei Tempest insieme all’aviazione britannica, confermando in questa occasione il proprio impegno a sviluppare la propria dotazione anche per quanto riguarda i Typhoon di Eurofighter e, appunto, gli F-35.

Qualcosa, però, non torna. Per il bilancio 2021-2027, forte dell’attenzione maturata in questi mesi nell’opinione pubblica sui temi ambientali, la quota dei fondi che l’Unione europea destinerà alla lotta al cambiamento climatico dovrebbe salire fino al 25% del bilancio complessivo, circa 320 miliardi in 7 anni: 45 miliardi all’anno, quelli previsti nella migliore delle ipotesi da questo budget, sono indicativamente la quota che gli Stati Uniti richiedono alla sola Italia per finanziare le spese militari entro il 2024, per raggiungere il fatidico obiettivo del 2%.

Perfino un progetto ambizioso come il Green New Deal presentato da Alexandria Ocasio-Cortez al Congresso americano, dal costo stimabile intorno ai 1000 miliardi, rappresenta uno sforzo economico inferiore rispetto a quanto i paesi occidentali spendono in un solo anno di spese militari.

A tutto ciò bisogna poi aggiungere l’impatto ambientale delle operazioni militari, spesso trascurato. Basti pensare, limitandosi all’esercito Usa, che se quest’ultimo fosse un paese a sé stante rappresenterebbe il 47esimo produttore mondiale di gas serra. Solo nel 2017 la combustione del petrolio ad uso militare ha liberato 25 milioni di tonnellate di CO₂, mentre dal 2001 la produzione di gas serra si attesta intorno a 1,2 miliardi di tonnellate: più del doppio di quanto prodotto dall’intero parco auto americano. Inoltre, il dipartimento della Difesa Usa produce più rifiuti pericolosi delle 5 principali compagnie chimiche al mondo e nella campagna d’Iraq ha contribuito alla desertificazione del 90% del territorio del paese.

Ovviamente, bisogna anche fare i conti con la “Realpolitik”: rinunciare del tutto alle spese militari è spesso impossibile o addirittura controproducente, in termini di vulnerabilità e di strategia anche economica. Tuttavia, nel caso dell’Italia l’opposizione alle guerre non sarebbe solo populismo, ma una scelta giusta dettata anche dalle enormi risorse investite in spese militari negli ultimi anni, rivelatesi improduttive da tutti i punti di vista (gravi perdite umane e nessun interesse nazionale da tutelare, bensì conflitti spesso nati per tutelare interessi altrui).

Che quelle risorse vengano finalmente indirizzate verso spese produttive (ambiente, ma anche lavoro, sanità, istruzione) fa parte di quel cambio di paradigma, o di sistema, che la nostra generazione sta chiedendo a gran voce nelle piazze di tutto il mondo.

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