Shia LaBeouf rehab. Ve lo ricorderete tutti mentre si fa frustare da una donna durante una stramba video performance artistica o mentre batte ogni record mondiale seduto su una poltrona di un cinema a vedere tutti i suoi 27 film uno fila all’altro. LaBeouf, cristologici 33 anni, attore di Spielberg, interprete di blockbuster alla Transfomers e art house alla Nymphomaniac (Von Trier), con Honey Boy (nelle sale italiane dal 27 febbraio 2020) mette in scena un se stesso che di nome fa Otis Lort: il piccolo Shia/Otis errabondo e ingenuo del 1995 (Noha Jupe, seguitelo farà strada) e lo Shia/Otis adulto (Lucas Hedges) attore affermato e tormentato nel 2005 intento ad una dolorosa riabilitazione psico-fisica in un centro di salute mentale dove deve rimanere rinchiuso fino alla guarigione pena la prigione.

Sballottato dal padre tra giri in moto, motel californiano come dimora e set in cui l’uomo lavora tra le maestranze, l’iniziazione alla vita del protagonista passa attraverso la solitudine, le urla paterne (al telefono con la madre), una prostituta adolescente dirimpettaia di stanza. Poi ci sono i fili dei gomitoli, simbolicamente freudiani, che finiscono sotto la credenza e che tra incubo e realtà vanno arrotolati e/o allontanati. Fili che però tirano il protagonista, lo ancorano e rimbalzano tra una dimensione temporale e l’altra. Da adulto sul set con un grazioso trucco meccanico da stuntmen che lo fa come esplodere nello spazio dell’inquadratura, da bimbo per gioco e per scherzo. Slegami, chiede Shia/Otis, in montaggio alternato tra il ’95 e il 2005, provando ad usare le braccia dietro la schiena senza successo per togliere un imbragatura di scena che ancora da doppio simbolico affonda inadeguatezza e dolore, confusione e rabbia, di una vita da star che non trova la quadra.

La regia di Alma Ar’el è febbrile, tumultuosa, giocata sui controluce, sul torpore di un raggio di sole che entra in camera e di un’oscurità illuminata da luci violacee al neon che spingono dentro al gorgo dell’incertezza. Ma è LaBeouf ad aprirsi come una mela, spicchio su spicchio, scoperchiando il proprio Es, scrivendo il film e interpretando camaleonticamente, e in modo persino autocurativo, suo padre, indossando panni, bandana e capelli lunghi, di un sosia alla David Foster Wallace. La celebrità irregolare, allora, obbligata all’autoanalisi del recupero forzato, prova a rinascere oltre lo stress postraumatico diagnosticato. Realtà che si fonda con l’artificio. Eviscerarsi dentro l’obiettivo.

Tutto quell’alcool, debolezza familiare, che non si vede ma scorre sotterraneo come una condanna eterna. Quel desiderio di stabilità che traccheggia al solito di fronte all’approssimazione sociale ed economica delle marginalità americane. Honey boy è un grido profondo ancestrale recondito, un tentativo di accettarsi comunque per quello che si è nonostante la fortunosa inerzia abbia segnato la freccia per svoltare ad Hollywood. Il piccolo Jupe è un attore di un dolcezza fuori dall’ordinario. Hedges si contrae e strizza fino a diventare un’anonima maschera al servizio della patologia individuale illustrare. Chissà che il mettersi definitivamente a nudo faccia rilanciare la carriera e la vita di LaBeouf?

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