Negli Stati Uniti è stato flop al botteghino. Dati alla mano peggio è andato solo il suo Bronco Billy, quando ancora Clint Eastwood era un figaccione tra Callaghan e il Biondo con la voce di Enrico Maria Salerno. Invece a noi, questo Richard Jewell, 40esimo film dell’89enne regista Eastwood, è piaciuto assai. “Bello, a tratti bellissimo”, ha scritto il collega Carlo Valeri su Facebook appena finita la proiezione. Ed è difficile girarci attorno, trovare un’altra sintesi. Richard Jewell è proprio “bello e a tratti bellissimo”. Uno di quei film chiaroscurali alla Eastwood, di quegli studi sul personaggio che fanno intravedere rispetto per l’uomo in scena e funzione salvatrice del cinema.

Il Richard Jewell del titolo (interpretato da Paul Walter Hauser) è un omino qualunque che vive con la madre, obeso come solo in una foto americana di fine secolo, e fa l’inserviente in una grande azienda, poi la guardia privata in un college, sognando di diventare poliziotto. Nel suo agire è orientato dall’idea di ordine e di autorità delle legge sul caos quotidiano che per lui significa mestamente origliare le telefonate di un avvocato in ufficio o redarguire con forza studenti in un campus universitario. Nulla di patologico, violento o ossessivo. Solo un’accentuata inclinazione personale che rispecchia il dna fondativo di una nazione. Ed è su questa fiducia individuale malriposta nelle istituzioni statali che Eastwood posiziona il suo sguardo. Già perché Richard, diventato nel 1996 parte della security delle Olimpiadi di Atlanta, finisce vittima di un sistema di legge e ordine cieco che tanto ha voluto indirettamente servire. Durante una serata di concerti al Centennial Park prima delle gare olimpiche, Jewell scorge uno zaino sospetto sotto una panchina e in maniera goffa ma a suo modo efficace fa evacuare la zona evitando una strage.

La bomba scoppia quando ancora è in atto lo sgombero e provocherà un morto ed oltre cento feriti, ma se non ci fosse stato Jewell il bilancio sarebbe stato ben più tragico. L’uomo qualunque viene così elevato in poche ore dai media a eroe nazionale. Media che in altrettante poche ore, e grazie ad una reporter arrivista di un quotidiano locale che scuce informazioni ad un agente FBI, lo fanno diventare il principale sospettato dell’attentato omicida. L’intelligence presume che sia un “lupo solitario” snocciolando uno dei profili psicologici possibili tra gli schedari. Niente prove, ma solo congetture. Tanto basta perché Jewell diventi il mostro. “Bubba o bombarolo”?, titolano i giornali scatenati. La vita di Richard, di sua madre e del loro beagle diventa in un attimo un inferno. Perquisizione totale dell’abitazione, tranelli per farlo confessare, il moloch investigativo che schiaccia, non lascia respiro, e mette tutto in piazza. Così Jewell, perennemente servizievole con i suoi improvvisati “colleghi” delle forze dell’ordine, sarà costretto a prendersi un avvocato (Sam Rockwell), legale un po’ sui generis con braghette corte e sandali, ma notevole combattente, per ribaltare l’attenzione sull’ingiustizia subita.

Diversamente dal piatto pronto con cui si cucina mestamente l’ideologo Eastwood da decenni, ecco un film direttamente sulla involontaria sfiducia dell’uomo qualunque nello Stato e nelle sue istituzioni. Al di là di piccoli dettagli storici (la rappresentazione sessista del modo con cui la giornalista ottiene lo scoop; non era un solo agente dell’FBI ma diversi ad incaponirsi su Jewell colpevole) a cui ci si aggrappa per distruggere come sempre il Clint mai stato della compagnia di giro liberal, Richard Jewell è un apologo quasi kafkiano, ponderato, giudizioso, perfino ironico, sulla presunzione di innocenza di un tizio innocuo. Eastwood gli penetra nella pelle, abita le goccioline di sudore che gli colano sulla fronte, fa vestire i panni, la goffaggine, la strana inquietudine del protagonista allo spettatore senza troppi infingimenti spettacolari o da salto sulla sedia. Non c’è doppiezza nella rappresentazione del “caso”. Tutto quello che c’è da sapere su Jewell è in campo, mostrato e raccontato. Niente segreti nel passato, niente colpi di scena (dell’attentato si autoaccuserà nove anni dopo lo squilibrato Eric Rudolph).

Semmai è proprio nella regia di Eastwood, tutta inquadrature del protagonista a mezzo busto apparentemente convenzionali, che si accentua un lavoro di scavo psicologico essenziale e si scorge la trama del dna di un cinema sempre più rarefatto e sottile. Stilisticamente schietto e pulito (al solito Joel Cox al montaggio, ma anche la fotografia pastosamente vintage di Yves Balanger è di prim’ordine), ambientato in pochi set soprattutto in interni ad eccezione della magistrale ricostruzione della sera dell’attentato dove con pochi mezzi e postproduzione al minimo sindacale si ricrea panico vero, Eastwood dà ulteriormente il meglio di sé nella direzione degli attori fondendo più registri recitativi in un’unica storia: il dolce idealismo un po’ ottuso riprodotto magistralmente da Hauser; la spregiudicatezza un po’ sboccata classicamente alla Rockwell, che qui è l’avvocato che salva Jewell; fino alla rabbia trattenuta della madre di Richard, una Kathy Bates giustamente finita nella cinquina delle attrici non protagoniste agli Oscar 2020. Intensa e straziata nella conferenza stampa di difesa del figlio, ma realmente insuperabile nella scena a due con Richard quando prima i due litigano nel tinello di casa, poi lei fugge in bagno a piangere, lui la va a prendere e le bacia una mano, e lei lo guarda dicendogli: “questa volta non so come proteggerti”. Eastwood ti trascina lì dove vuole lui. Nel cuore puro dell’umanità intonsa dei suoi personaggi (siamo dalle parti di Million Dollar Baby), dove la verità è una questione etica suprema e non una sdolcinata baracconata hollywoodiana. Un Eastwood che da dentro il sistema continua a ritagliarsi con orgoglio un ruolo libertario e anarchico in purezza. Malinconico, struggente, imperdibile. Come sempre. Quando non ci sarà più ci mancherà come il pane.

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