Se gli anni ’00 sono stati, televisivamente parlando, la golden age dei reality show, gli anni ’10 sono l’epoca dei talent. Soprattutto, dei talent di qualità, con programmi talvolta spettacolari dal punto di vista televisivo (produzione, regia, sceneggiatura…) e con un alto livello dei concorrenti in gara. Nello specifico, a svettare sono stati (e sono) Masterchef e X-Factor. Ora, qui ci occupiamo di musica, quindi Masterchef dovrebbe essere messo da parte. Ma invece, è indispensabile per capire l’evoluzione e l’ascesa e caduta di un format. Nella fattispecie, di X-Factor.

L’edizione 2019 del talent musicale più famoso del mondo ha dato segni di stanchezza, perlomeno nell’edizione italiana. L’opinione diffusa della critica è quella secondo cui non c’era una giuria forte, e non c’erano grandi rinnovamenti in un contenitore che comincia ad apparire vecchio (parola mortale per la tv, che in generale è quasi tutta vecchia, ma questo è un altro discorso e non ci compete qui e ora). E dal canto suo, il pubblico non ha premiato lo show, che ha perso parecchi ascolti nonostante la giuria rinnovata, composta da una delle più amate personalità del programma, Mara Maionchi, da due artisti di grande statura e credibilità musicale (Malika Ayane e Samuel) e dal bomber del momento, Sfera Ebbasta. Eppure, la chimica non ha funzionato. Dal canto suo, Masterchef 2019 è appena partito, e sembra già essere un successo. Giudici istrionici, grande complicità, alta fruibilità del programma che si traduce in un risultato gustoso. Tutto funziona bene, gli ingranaggi girano nel verso giusto e il meccanismo non si inceppa. O meglio, è ripartito, perché anche Masterchef ha avuto un momento di stasi, un paio di stagioni fa. Facciamo un passo indietro.

Carlo Cracco, Bruno Barbieri e Joe Bastianich sono il trio storico di giudici del talent culinario. Durante le prime stagioni piacciono perché sono cattivi, urlano, lanciano i piatti, umiliano i concorrenti. Poi, col passare delle edizioni si trasformano: sempre severi, ma più televisivi, smussati, maggiormente a loro agio e pronti alla battuta distensiva. Con la quinta stagione, arriva il quarto giudice, Antonino Cannavacciuolo, e sono due edizioni in cui Masterchef è al top del suo gioco. I giudici hanno feeling, il format è collaudato, alta cucina e umorismo. Con concorrenti sempre più preparati, non più dilettanti ma aspiranti professionisti. Poi Cracco se ne va e il giocattolo si rompe. Antonia Klugman non è all’altezza, non entra nel ruolo, è fredda. Non empatica. La rimpiazza Giorgio Locatelli e la scelta è azzeccata, tanto che pure la dipartita di Bastianich (veterano anche dell’edizione americana) non porta alcuna flessione allo show, che è ripartito alla grande, pur dopo nove stagioni, che sono davvero tante.

Da qui, il paragone con X-Factor e la lezione, il buon esempio, che Masterchef può dare al “collega”: i giudici sono i veri protagonisti dei talent show. Non è facile azzeccare le scelte giuste (se Morgan già nelle premesse era teatrale e fuoriclasse, Manuel Agnelli e Fedez sono stati dei veri jolly pescati dal mazzo), ma fanno la differenza. Creano vivacità, creano equilibrio tra le parti. E c’è un altro fattore che fa la differenza, tutta la differenza del mondo (e qui entriamo proprio nel campo musicale, esulando da quello televisivo): la motivazione. Sia tra i giudici, sia tra i concorrenti. A Masterchef, i giudici si divertono, e i concorrenti sanno che possono davvero giocarsi un futuro, il talent diventa davvero l’occasione della vita. Molti di quelli passati dalle cucine più famose d’Italia sono oggi dei veri cuochi, dei veri chef, hanno aperto ristoranti o lavorano in cucine prestigiose. Possiamo dire lo stesso dei concorrenti di X-Factor? Il terreno di gioco è diverso, certamente più duro, più difficile, ma le star nate dal programma sono pochissime, mentre i flop molti. Bravissimi interpreti che vivono sei mesi di gloria e poi vengono parcheggiati in contratti che non li premiano, o arenati su destini fatti di social e marchette. Un bel nutrimento per l’ego, un bel problema per il lato artistico. Il fatto è che questa percezione di X-Factor come fabbrica di disoccupati inizia a diventare diffusa.

I casi di successo duraturo si contano sulle dita di una mano: Marco Mengoni, Giusy Ferreri, Francesca Michielin, Michele Bravi, Lorenzo Fragola. In tredici edizioni è davvero poco rispetto al peso e al buzz che X-Factor genera continuamente ovunque. Perché non c’è dubbio che il programma sia un successo, al netto degli ascolti esplosivi o bassi. Genera pubblicità, buca l’immaginario collettivo, lancia o fa rinascere gli artisti che vengono scelti come giudici e come conduttori. Ma non succede lo stesso con i cantanti. Al contrario, Masterchef non fa perdere credibilità agli chef che siedono sulle sedie dei giudici, e regala la reale opportunità di lavorare nel settore, ad alti livelli, ai partecipanti. Certo, da un lato parliamo di star system, di un lavoro totalmente fuori dall’ordinario che è difficile da gestire anche per chi ha esperienza, ambizione, talento e costanza fuori dal comune; dall’altro di una professione che sta conoscendo le luci della ribalta da pochi anni, grazie alla moda dei cooking show e a una luce di coolness tutta nuova che il lavoro della cucina non ha mai conosciuto prima. Per uno chef essere in televisione è ancora un traguardo prestigioso, un riconoscimento sociale; per un cantante, il confine sottile e ambiguo tra andare in tv perché si è affermati e andarci come ripiego rispetto ai dischi e ai live è ancora uno spettro ben presente, retaggio di stagioni artistiche gloriose in cui la tv era snobbata perché i dischi si vendevano, i contratti erano generosi e ci si poteva permettere di fare gli integralisti.

Il 2020 è alle porte, tv, musica e show sono sempre più intersecati, e X-Factor è un programma televisivo bellissimo che speriamo ci regali altre stagioni divertenti e accattivanti. Magari, sbirciando al suo collega/competitor dove i protagonisti sono i fornelli. Prendendo a modello dei giudici rilassati, complici, disposti al gioco e a uscire dagli schemi con autoironia. E cercando non solo delle figure capaci di cantare bene, ma di pescare talenti grezzi che buchino il cuore degli ascoltatori. Inattesi. Sorprendenti. Unici. Perché la tecnica, per quanto necessaria, non sarà mai emozionante come la creatività.

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