“L’Italia ha infranto i suoi obblighi di non respingimento, uno dei fondamenti del diritto internazionale in tema di rifugiati“. Quando infatti la Guardia Costiera libica – la “modalità preferita” alla quale vengono delegate le operazioni di “intercettazione e respingimento” delle imbarcazioni di migranti – non può intervenire, l’Italia “opta per una seconda modalità, quella dei respingimenti privatizzati“, operati attraverso “navi mercantili”. Le conclusioni del gruppo di ricerca Forensic Oceanography, sezione di Forensic Architecture, si basano sull’analisi dei dati disponibili e su varie testimonianze, tra le quali quelle dei migranti coinvolti . Il dossier è la base per il ricorso che è stato presentato alla Commissione Diritti Umani delle Nazioni Unite dal Global Legal Action Network (Glan), per conto di uno dei migranti di origine sudsudanese fatti sbarcare “a forza” dalla Nivin quando essa approdò nel porto di Misurata. È la prima volta che una denuncia di questo genere viene presentata a questo organismo. A fine ottobre l’Italia ha deciso di rinnovare un accordo molto controverso ma ritenuto efficace firmato nel 2017 con la Libia, che prevede di aiutare finanziariamente e formare la Guardia costiera libica per bloccare le partenze dei migranti, con il sostegno dell’Unione europea. Secondo la ong Glan, i “respingimenti privatizzati” dei migranti sono aumentati in modo considerevole da giugno del 2018. “Le autorità italiane hanno subappaltato le loro violazioni dei diritti umani a degli attori privati per evitare ogni responsabilità. Tuttavia l’Italia ha la responsabilità di queste violazioni dei diritti umani”, afferma Noemi Maguglianin, ricercatrice giuridica presso Glan.

Il caso della Nivin – Un episodio che è al centro delle analisi del Forensic Oceanography. All’inizio di novembre 2018 – quando il governo italiano stava implementando la politica dei porti chiusi – un gruppo di 93 migranti salpati dalla Libia era stato tratto in salvo proprio dalla Nivin, una nave mercantile battente bandiera panamense, che li riportò, contro la loro volontà, nel porto libico di Misurata. I migranti, afferma il rapporto, si rifiutarono per 10 di sbarcare dal mercantile, fino a quando non furono costretti “violentemente” a scendere dalla nave dalle forze di sicurezza libiche. I migranti vennero poi riportati nei centri di detenzione e furono soggetti a “forme multiple di maltrattamenti, compresa la tortura“. L’operazione, afferma il rapporto, venne “coordinata” dalla Guardia Costiera libica che era “in comunicazione” con una nave della Marina italiana ormeggiata a Tripoli. “Questa nuova strategia è stata implementata dall’Italia, in collaborazione con la Guardia Costiera libica, a partire dall’estate del 2018, come nuova modalità di salvataggio per delega, per mantenere il controllo dei confini e allo scopo di contenere i movimenti di migranti che dal sud del mondo cercano di raggiungere l’Europa”. Il rapporto poi, in riferimento alla vicenda della Nivin, sottolinea che “sebbene gli attori coinvolti possano dare l’impressione di un coordinamento tra attori statali europei e la Guardia Costiera libica, il controllo e il coordinamento rimasero costantemente nelle mani di attori europei e in particolare italiani”. Forensic Oceanography denuncia quindi che nel caso della Nivin e in altri casi documentati è stato “negato ai migranti che fuggivano dalla Libia il diritto di partire e chiedere protezione all’Italia”.

La denuncia del migrante sudsudanese – In riferimento al caso della Nivin una ong di giuristi, la Global Legal Action Network (Glan), ha denunciato l’Italia davanti alla commissione diritti umani dell’Onu per un caso di respingimento in Libia, in cui un giovane sudsudanese era stato fatto sbarcare con la forza in un porto libico dopo essere stato soccorso da un cargo nel Mediterraneo. La commissione diritti umani dell’Onu, composta da 18 esperti, dipende dall’Alto commissariato Onu per i diritti umani, si limita a dare pareri e non ha alcun potere vincolante sugli Stati. Glan denuncia la pratica dei “respingimenti privatizzati, grazie ai quali gli Stati costieri dell’Ue chiedono ai cargo di rimandare i rifugiati e altre persone che hanno bisogno di protezione verso luoghi poco sicuri, in violazione dei loro obblighi in materia di diritti umani”.

Il sudsudanese per il quale è stata presentata la denuncia, che ormai vive a Malta dove ha fatto richiesta di asilo, aveva provato a raggiungere l’Europa a novembre del 2018 con circa un centinaio di altri migranti. Allora 19enne, era stato soccorso con gli altri l’8 novembre al largo delle coste libiche da una nave mercantile battente bandiera di Panama, la Nivin. Secondo la rete Glan, il Centro di coordinamento dei soccorsi marittimi (Mrcc) italiano aveva chiesto il 7 novembre alla Nivin di soccorrerli e poi di rivolgersi alla guardia costiera libica. Al loro arrivo nel porto di Misurata, nell’ovest della Libia, il 10 novembre, i migranti si erano rifiutati di lasciare l’imbarcazione per timore di maltrattamenti, tranne un piccolo gruppo. I circa 80 migranti rimasti a bordo erano stati sbarcati a forza una decina di giorni dopo e l’Onu allora lamentò l’assenza di una soluzione pacifica nonostante gli sforzi di mediazione. Secondo la ong Glan, i migranti erano stati “violentemente evacuati dalla nave dalle forze di sicurezza libiche” e il giovane sudsudanese era stato ferito con un’arma da fuoco alla gamba, poi “detenuto arbitrariamente, interrogato, picchiato, sottoposto a lavori forzati e privato di trattamento medico per mesi”.

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