Come volevasi dimostrare: questo 12 dicembre la leadership di Jeremy Corbyn – in quanto profeta fuori tempo massimo della resurrezione di una Sinistra che fu – è definitivamente annegata nella acque del Tamigi. Con lui annaspa pure la vicenda politica degli altri cultori internazionali di quanto il sociologo Zygmunt Bauman definiva “retropia”: il vagheggiamento dell’improbabile ritorno a ricette/assetti di un passato che non ritornerà. I vari Bernie Sanders e Jean-Luc Mélenchon. Simpatici (almeno i due vecchietti di stirpe anglosassone) propugnatori di quella chimera novecentesca chiamata Socialismo.

D’altro canto un merito va loro riconosciuto: l’aver spazzato via la truffa obbrobriosa denominata – di volta in volta – “Blairismo”, “Terza via” o “Socialismo competitivo”. La presunta ricetta per il successo politico secondo la quale un partito di sinistra, nella pretesa di mantenere in ostaggio il proprio elettorato tradizionale, può annettersi anche il voto conservatore propugnando programmi, legge e ordine funzionali alle logiche plutocratiche della globalizzazione finanziaria. Illusione che ha favorito transumanze a mandrie tra le più recenti generazioni del personale politico stipato negli organigrammi dei partiti della Sinistra old style; allegramente imbizzarrito all’idea di avere a disposizione un ascensore sociale per le proprie aspirazioni individuali.

E così ritrovarsi a perdere tanto dal tappo come dalla spina: i vecchi suiveurs in fuga, magari verso l’astensionismo, gli auspicati nuovi che preferiscono continuare a votare per gli originali di Destra piuttosto che per i loro opportunistici scimmiottatori. Difatti solo in un ambiente culturalmente tardivo come l’Italia (Viva) si continua a considerare di buon senso una tale ricetta suicida.

Appunto, i vecchietti terribili hanno smascherato l’essenza di queste pratiche trasformistiche, tra la banderuola e il tafazzismo; l’impraticabilità della pretesa di rifondare in tale modo (cinico e autolesionista) una Sinistra a misura delle trasformazioni in corso, nella lunga transizione tra il Secondo e il Terzo millennio; tra la globalizzazione finanziaria, la crisi dello Stato nazione e la marginalizzazione delle classi lavoratrici.

Il guaio è che le strategie alternative proposte erano terribilmente retrò, con tutto il carico di suggestioni tarlate che il richiamo al Socialismo si porta dietro: le nazionalizzazioni anti-economiche, la dilatazione di burocrazie pubbliche, le politiche vincolistiche. Quel clima di controllo soffocante che, a partire dagli anni Ottanta, determinò stanchezza e poi insofferenza verso i pur venerandi assetti di welfare. E che noi italiani dovremmo conoscere meglio degli altri, con le Partecipazioni Statali controllate da boiardi delegati dai loro referenti di partito e ridotte a bancomat delle correnti politiche, gli investimenti infrastrutturali taglieggiati dalle mazzette. Ma anche il contrario, che venne dopo: dal sistema autostradale privatizzato in pieno degrado al servizio sanitario modello Formigoni.

Insomma, stiamo facendo i conti con due clamorosi fallimenti storici: la pianificazione colonizzativa e la deregulation speculativa. Da cui urge uscire attraverso coraggiosi processi di innovazione politica, che oltrepassino il paralizzante e anacronistico binomio pubblico/privato; che sperimentino paradigmi di stampo democratico accantonando la questione degli assetti proprietari formali: la politica definisca obiettivi collettivi perseguiti da coalizioni sociali, a loro volta tenute sotto controllo dalla governance attraverso il meccanismo premio/punizione dei risultati raggiunti a consuntivo.

Le modalità coinvolgenti e diffusive di coesione sociale sperimentate nei piani consensuali di territorio che hanno rilanciato le più dinamiche smart cities del Vecchio Continente. Ossia la capacità di pensare strategie che mettano i cittadini – non i tecnocrati pubblici o le aziende private – al centro dei processi di sviluppo. Tema a cui non danno alcun contributo politicanti acchiappavoti in carriera, ma neppure antichi sognatori di un sol dell’avvenire desaparecido.

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