di Roberto Iannuzzi*

Il panorama europeo appare sempre più scoraggiante. In Gran Bretagna la campagna elettorale, conclusasi con le consultazioni di ieri, ha visto il trionfo di Boris Johnson e l’isterica demonizzazione del candidato laburista Jeremy Corbyn, accusato di antisemitismo e addirittura di nutrire simpatie per il terrorismo, in un clima di crescente polarizzazione e intolleranza. In Francia dilagano scioperi e proteste, alimentate da una classe media che si scopre sempre più povera ed esasperata (dopo i gilet gialli è il turno della ribellione contro la riforma delle pensioni).

In Germania la Grosse Koalition è ancora una volta estremamente fragile, mentre le voci euroscettiche si fanno sempre più forti e l’economia è ormai in stagnazione. I paesi europei non riescono a scrollarsi di dosso la crisi, la cui gestione degli anni passati ha logorato il sistema democratico basato sul multipartitismo, delegittimando le élite politiche del Vecchio continente.

Apparentemente ciechi di fronte a questo panorama desolante, i leader di Francia e Germania (i restanti due paesi guida dell’Ue, dopo che la Gran Bretagna si è eclissata nella saga senza fine della Brexit) continuano ad accarezzare logiche di potenza, vagheggiando eserciti europei e un’Unione in grado di competere con Usa e Cina. Berlino e Parigi sognano entrambe una Ue che sia proiezione dei rispettivi interessi nazionali, trascurando sia il bene comune europeo, sia la crisi che sta minando il loro potere dall’interno.

Altrettanto grave per le loro aspirazioni è il fatto che il fragile asse franco-tedesco che le sosteneva è ormai in crisi, al punto che Germania e Francia sono in aperta competizione per definire quale delle due riuscirà ad assoggettare il resto dell’Unione ai propri piani – una competizione da cui usciranno tutti sconfitti.

Lo scorso novembre Ursula von der Leyen, neopresidente della Commissione europea, ha affermato che l’Europa deve imparare un “linguaggio di potenza” per affermarsi sulla scena mondiale. Appena un giorno prima, l’attuale ministra della Difesa tedesca (ed erede di Angela Merkel alla guida della Cdu), Annegret Kramp-Karrenbauer, aveva chiamato la Germania a giocare un ruolo militare più attivo nel mondo.

Dal canto suo, il presidente francese Emmanuel Macron vagheggia un esercito europeo il cui nerbo sia costituito dalla force de frappe francese. Il mese scorso egli aveva dichiarato che la Nato si trova in uno stato di “morte cerebrale” – non a torto, a dir la verità, alla luce delle tensioni tra Washington e il Vecchio continente, e della minaccia di guerra commerciale che continua a incombere sulle due sponde dell’Atlantico, ma anche tenuto conto del solco sempre più profondo che separa europei e americani da un alleato chiave come i turchi.

Il problema è che, sia di fronte ai primi che ai secondi, gli europei non si sono mostrati all’altezza delle loro presunte aspirazioni, finendo per chinare la testa. Malgrado la colorita definizione di Macron, e il dichiarato desiderio francese di ricucire i rapporti con la Russia – anche in questo caso ragionevolmente – al fine di smorzare le tensioni in Europa, il documento finale del recente vertice Nato di Londra ha sancito un aumento delle spese militari, ribadito l’inimicizia con Mosca, e citato per la prima volta la Cina come possibile avversario dell’Alleanza, accogliendo le pressioni americane su molti fronti (per ora con l’eccezione del ruolo di Huawei nei paesi europei).

Poco importa che un numero crescente di Stati, non solo del Sud Europa, abbia cominciato a considerare Pechino un partner di importanza strategica, dal quale la Germania stessa dipende enormemente per le proprie esportazioni. Al vertice di Londra, la questione turca è invece passata sotto silenzio, sebbene Ankara mantenga un atteggiamento provocatorio riguardo ai giacimenti di gas nel Mediterraneo orientale, soprattutto nei confronti di Grecia e Cipro, e continui a intervalli regolari ad agitare lo spettro dei profughi come arma di ricatto nei confronti dell’Europa (un’arma che in realtà l’Europa stessa ha messo in mani turche, in particolare tramite il ruolo che Francia e Gran Bretagna hanno avuto in passato nell’inasprire il conflitto siriano).

Anche sul fronte dell’accordo nucleare iraniano, Bruxelles ha finito per sottostare ai diktat di Washington. Instex (Instrument in Support of Trade Exchanges), lo strumento finanziario che avrebbe dovuto facilitare gli scambi commerciali fra Europa e Iran, è tuttora non operativo, mentre le tensioni mediorientali sono tornate alle stelle. Nell’eventualità di un nuovo conflitto nella regione, sarà l’Europa a pagare il prezzo più alto a causa della sua vicinanza geografica, non gli Stati Uniti.

Sebbene il tentativo di sganciarsi dall’egemonia americana sia palesemente fallito nel caso delle sanzioni all’Iran, i vertici europei continuano ad affermare di voler rafforzare il ruolo internazionale dell’euro per sfidare il dominio del dollaro. È difficile tuttavia comprendere come possa aspirare a questo ruolo da “gigante” una moneta “dai piedi d’argilla” che copre un’area composta da paesi economicamente divergenti, la quale forse non sarà mai supportata da una vera unione fiscale, e che anzi continua a rischiare la disgregazione, come testimonia l’attuale polemica italiana sul Meccanismo europeo di stabilità (Mes) che anche alcune voci oltralpe stanno facendo propria.

*Autore del libro “Se Washington perde il controllo. Crisi dell’unipolarismo americano in Medio Oriente e nel mondo (2017)
@riannuzziGPC

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