di Roberto Iannuzzi*

A causa dei mutamenti in corso a livello globale, si è creato un ambiente favorevole al rafforzamento del ruolo internazionale dell’euro. Ma le tensioni interne all’Eurozona rischiano di far saltare la moneta unica proprio nel momento in cui le autorità di Bruxelles hanno mostrato interesse addirittura a sfidare l’egemonia del dollaro. Dalla fine della Seconda guerra mondiale è sempre stato il biglietto verde la valuta egemone nel sistema finanziario globale, grazie alla soverchiante supremazia economica e militare di Washington. Oltre il 60% delle riserve delle banche centrali nel mondo è in dollari, e oltre l’87% delle transazioni in valuta estera a livello globale impiega la moneta americana. Allo stesso modo, materie prime come il petrolio e l’oro sono solitamente denominate in dollari.

Negli ultimi decenni, tuttavia, il contributo statunitense all’economia globale è progressivamente diminuito, di pari passo con l’ascesa di potenze emergenti come la Cina. La crisi del 2008 ha accelerato questo processo, allo stesso tempo macchiando indelebilmente la credibilità del modello americano. Proprio mentre la base internazionale di consenso alla supremazia del dollaro andava riducendosi, le recenti amministrazioni Usa hanno cominciato a utilizzare la valuta americana sempre più apertamente come un’arma, imponendo sanzioni durissime all’Iran, poi alla Russia, e in misura minore anche alla Cina.

Siccome il sistema economico mondiale ricorre al dollaro – e dunque in ultima analisi al sistema finanziario statunitense – per le proprie transazioni commerciali e finanziarie, tali sanzioni hanno spesso una portata che va ben al di là dei Paesi direttamente oggetto di queste misure punitive. Esse infatti possono colpire qualunque soggetto, pubblico o privato, che abbia rapporti economici con tali Paesi, escludendolo dal sistema finanziario americano e dunque dal mercato internazionale delle transazioni in dollari.

Da qui il crescente interesse di Russia, Cina e altri paesi a “dedollarizzare” l’economia mondiale, in modo da non essere ostaggio degli orientamenti politici di Washington. Tale interesse è cresciuto ulteriormente dopo che l’amministrazione di Donald Trump ha deciso di uscire unilateralmente dall’accordo nucleare con l’Iran, contro il parere internazionale, reimponendo nei confronti di Teheran un duro embargo che, per la summenzionata natura extraterritoriale delle sanzioni americane, colpisce gli interessi di molti.

La Cina, che da alcuni anni porta avanti un progetto di internazionalizzazione della propria moneta, ha recentemente lanciato futures petroliferi denominati in yuan. Essendo ormai Pechino il maggiore importatore mondiale di petrolio, il lancio del “petro-yuan” può porre le basi per la progressiva dedollarizzazione del mercato petrolifero. Mosca appoggia il progetto cinese, che le offre una potenziale via di fuga dal dollaro. La percentuale di scambi in rubli e yuan fra i due Paesi è pressoché quadruplicata negli ultimi quattro anni coprendo ormai quasi il 20% del loro commercio bilaterale. Ma se il progetto di internazionalizzazione dello yuan ha ancora molta strada da fare, l’euro è già per certi versi una valuta internazionale consolidata a cui la Russia guarda con altrettanto interesse.

L’Ue è il primo partner commerciale di Mosca, con un interscambio complessivo che si aggira intorno ai 230 miliardi di euro l’anno, e la Russia rimane il primo fornitore di energia dell’Unione, per un controvalore di circa 100 miliardi di euro. Per sfuggire alla minaccia delle sanzioni americane, le compagnie russe stanno esercitando pressioni sui loro clienti europei affinché paghino in euro la loro bolletta energetica. E, nell’ambito di un piano di progressiva dedollarizzazione dell’economia russa, il Cremlino ha recentemente lanciato con successo la vendita di titoli denominati in euro.

Mosca e Pechino hanno poi seguito con attenzione le mosse di Bruxelles volte a proteggere le imprese europee dalle sanzioni Usa contro l’Iran. Lo scorso settembre l’Ue ha lanciato l’idea di un sistema di “compensazione finanziaria”, denominato Special Purpose Vehicle (Spv), in grado di bypassare il sistema finanziario americano – un primo timido passo verso la creazione di un’infrastruttura immune dalla giurisdizione statunitense. A interessare russi e cinesi è la possibilità che l’Spv, inizialmente concepito solo a scopi umanitari (farmaci e altri generi di prima necessità) per non urtare troppo la suscettibilità di Washington, si estenda anche ad altri settori commerciali e ad altri Paesi.

E proprio lo scorso 5 dicembre, la Commissione europea ha emesso un comunicato nel quale ribadisce la propria intenzione di rafforzare il ruolo internazionale dell’euro, in particolare nel settore energetico e delle materie prime, e di incoraggiare lo sviluppo di un sistema di pagamenti europeo. L’obiettivo non troppo velato sarebbe quello di riaffermare la sovranità monetaria europea rispetto al dollaro, spuntando l’arma delle sanzioni extraterritoriali americane.

In linea di principio, dunque, l’euro potrebbe andare incontro a una fase di rilancio dopo i tempi bui seguiti alla crisi del 2008. Ma le ambizioni di Bruxelles appaiono velleitarie: i gravi problemi interni all’unione monetaria emersi proprio a seguito di quella crisi non sono infatti stati risolti, inasprendo così quelle asimmetrie che erano presenti nell’eurozona fin dalla sua nascita. Il meccanismo che, malgrado tali asimmetrie, aveva garantito la crescita in Europa prima del 2008 – esportazioni per i Paesi centrali, e afflussi di capitale e credito per i Paesi periferici – si è inceppato negli anni della crisi.

Le politiche di austerità adottate come presunto rimedio, e l’impossibilità per i singoli Paesi di effettuare svalutazioni (a causa della moneta unica) per compensare gli squilibri macroeconomici, hanno ulteriormente avvantaggiato i Paesi forti del centro rispetto a quelli periferici, aggravando i processi di divergenza all’interno dell’eurozona. La recente crisi francese e le proteste dei gilet gialli indicano che neanche Parigi riesce a tenere il passo della Germania e dei Paesi che le gravitano intorno, confermando l’allarmante divaricazione fra i membri dell’unione monetaria.

L’accordo raggiunto a inizio dicembre dai ministri delle Finanze Ue per rafforzare l’Eurozona è apparso ancora una volta un accordo al ribasso. Un compromesso estremamente vago sull’unione bancaria, e la mancata intesa sull’unione dei mercati dei capitali e su strumenti di stabilizzazione macroeconomica per aiutare i Paesi in difficoltà, fanno capire che le tensioni interne all’eurozona continueranno a crescere. Se non si darà ascolto ai campanelli d’allarme provenienti da Paesi chiave dell’euro come Italia e Francia, la moneta unica potrebbe andare in pezzi proprio nel momento in cui le condizioni internazionali sarebbero propizie per un suo rilancio.

* Autore del libro “Se Washington perde il controllo. Crisi dell’unipolarismo americano in Medio Oriente e nel mondo” (2017)
@riannuzziGPC