di Andrea Masala

La sconfitta di Jeremy Corbyn è una piccola grande tragedia tra le tante piccole, grandi tragedie delle sinistre europee. Ma è una sconfitta tutta dentro il fallimento del progetto europeo. Un progetto degradato a governance ortopedica delle finanze pubbliche e ad anarchia della finanza privata. Dentro questo scenario non esiste spazio per la sinistra.

Esiste lo spazio per quello che vediamo: lo scontro tra una destra nazionalista, che vuole difendere il capitale nazionale nell’isolamento e nei rapporti bilaterali con bracci di ferro tra sovranità, e una destra “europeista”, che vuole difendere l’attuale gerarchia tra i diversi capitali nazionali e la sua governance sovrastatale e interstatale. Queste due destre hanno un punto di congiunzione nella destra del Ppe, dove siede Viktor Orban e dove stanno confluendo (per ora) idealmente anche Matteo Salvini e Giorgia Meloni.

Dentro questo campo di tensioni la sinistra, intesa come rappresentanza autonoma degli interessi sociali e culturali dei ceti che vivono del proprio lavoro e non da profitti o rendite di capitale, non ha spazi. Prova a entrare in gioco, di volta in volta con Alexis Tsipras, Podemos e Corbyn (o con espressioni anfibie e spurie tipo M5s), ma ci finisce stritolata dentro.

Non può giocare dentro questo campo e neanche può dire di uscirne, perché l’exit è già parte del campo, parte occupata dalle destre nazionaliste. Un’Unione europea costruita non come evoluzione della statualità verso forme sovrastatuali cooperative, solidali, inclusive e democratiche e che non ha formato una cittadinanza europea: i popoli europei non si sono sentiti tanto distanti e l’uno contro l’altro – armati di livore, per ora, e di dazi o procedure di infrazione – come negli ultimi anni.

Una Ue costruita solo su basi di gerarchizzazione economico-finanziaria ha prodotto un risorgere di un nazionalismo delle post-nazioni dentro una sovra-non-nazione europea in cui il tema della nazione è al centro di ogni scelta, che sia quella di chiudere le frontiere in faccia ai rifugiati o quella di impedire politiche di sviluppo ai paesi del sud Europa, la cui gioventù ha ricominciato a emigrare nelle cucine e nei laboratori del nord Europa.

Difficile uscire da questa situazione in cui non si ha uno spazio politico proprio, autonomo. Certo, non ne usciremo continuando a focalizzarci sulle capacità mediatiche del leader, sulla sua età, sul suo spostarsi troppo al centro o troppo a sinistra. Senza tematizzare spazio e tempo – lo spazio politico europeo, gli spazi dentro questo spazio (gli Stati, i territori, le aree interne, le autonomie, etc…) e il tempo di vita della gente reale -, l’unico spazio che avremo sarà quello di pubblico, spettatori passivi e lagnosi dei nostri fallimenti.

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