di Armando Fico

“Lo scudetto? Ci sono sogni ed utopie (…) al Napoli non manca molto, e quel poco che manca spero di riuscire darlo io”.

Questa frase, detta nell’agosto 2018 prima del suo esordio sulla panchina azzurra e riletta oggi dopo il suo esonero, è stata la dichiarazione d’intenti più profonda del progetto napoletano di Carlo Ancelotti.

Un progetto evidentemente di più ampio respiro, che andava oltre il dar requie alle ceneri di Sarri o garantire la continuità delle ambizioni scudetto della squadra (come pensava invece il presidente De Laurentiis) e che guardava anche alla crescita globale di società ed ambiente per consentirgli finalmente di vincere con continuità.

L’idea di base del tecnico di Reggiolo era quella di liberare il potenziale latente di questa squadra per scatenarne fino in fondo la sua forza. In gergo aziendale, fare coaching per ottenere stabilmente performance di eccellenza e mettersi alle spalle estemporanei exploit e vittorie “casuali” spacciati per “sogni”.
Una rivoluzione profonda, ambiziosa, che mirava ad introdurre a tutti i livelli della struttura del Calcio Napoli una nuova mentalità che soppiantasse la soffocante vocazione gerarchica societaria, il vittimismo della piazza, la scarsa tensione al risultato della squadra nei momenti topici della stagione.

Per farlo, Carlo Ancelotti ha fatto ricorso a ciò che meglio conosceva: il suo metodo di coaching, quello che gli ha concesso di vincere ovunque e soprattutto di essere ricordato (bene) ovunque e da chiunque. In quest’ottica, il suo tanto vituperato “calcio liquido” era una invito ai giocatori ad assumersi la responsabilità delle proprie scelte in mezzo al campo, liberandone fantasia ed estro con meno regole e più principi. Era un invito ad affrancarsi da rigide istruzioni da eseguire con e senza pallone tra i piedi… Avrebbe significato evolversi, sapere di poter fare la differenza da soli ma ancor di più insieme al compagno.

Questo avrebbe finalmente portato ad una mentalità vincente nata spontaneamente nel gruppo. La famosa identità, che rimane quando gli allenatori passano (leggasi Barcellona, ad esempio).

Allo stesso modo vanno lette altre due sue azioni-boomerang di questa stagione: l’elogio del mercato in estate e la decisione di dissentire con la società in merito al ritiro post Salisburgo.
“Crederli migliori li renderà migliori” non è una frase fatta ed anche l’intelligenza emotiva dimostrata per tutelare i calciatori contro la decisione punitiva presidenziale sono stati messaggi chiarissimi, caduti nel vuoto, di infondere fiducia al suo gruppo e richiederne a sua volta. Era il leader calmo che cercava di gestire l’ingestibile, ma niente: addirittura si è trovato nel triello di una società che gli imputava scarsi risultati, calciatori scontenti e confusi, e tifosi delusi perché pretendevano lo scudetto.

E così, la sua rivoluzione è collassata proprio nelle pieghe degli isterisimi dei giocatori, dei contrasti tra questi e la società, delle contraddizioni di una gestione societaria inadeguata sia ai problemi insorti che all’attuale dimensione del club partenopeo.
Ma ancor più grave dell’esonero è che il precipitare degli eventi abbia obbligato Ancelotti stesso ad andare contro i suoi principi, negando il proprio metodo e, nell’ordine: innescare il conflitto del ritiro mentre avrebbe preferito recuperare energie nervose in un clima disteso, imputare colpe lì dove invece avrebbe voluto alleanza e cooperazione, raddoppiare i carichi di allenamento quando avrebbe preferito raccoglimento per rifondare il senso di responsabilità del singolo e del team.

E’ stato in quel momento, ancor prima della debacle di Bologna e Udine, che l’era Ancelotti a Napoli era praticamente finita. Anzi, si può dire non sia mai iniziata veramente…

Il peccato originale dell’avventura del tecnico alle pendici del Vesuvio è stato dunque questo: una valutazione sbagliata (per leggerezza? per fascinazione?) di tutto l’ambiente Napoli, dal valore umano e tecnico della rosa fino agli intenti presidenziali, passando per l’emotività esasperata del pubblico partenopeo…

E chissà che non sia proprio questa la cosa di cui Carletto si è pentito nella sua esperienza azzurra cui si è riferito nella penultima conferenza stampa da allenatore del Napoli.

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