Mettimi ancora i nazisti in scena e mi distruggi un altro film. Capita al 37esimo Torino Film festival. Sezione Festa Mobile. Titolo: The Good liar, in italiano sarà L’inganno perfetto e uscirà nelle sale il 5 dicembre. Ci sono due attori maiuscoli: Helen Mirren e Ian McKellen. Due statue rinascimentali. Due draghi. Due potenze espressive che dopo tre secondi ti dimentichi di essere al cinema e ti sembra che Helen e Ian siano a sedere di fianco a te, al ristorante dietro l’angolo. Lei 74 anni, lui 80. Si incontrano nel 2009, grazie a una chat via web, in un localino raffinato fuori Londra. Solo che già dai titoli di testa capiamo che entrambi qualche menzogna nel profilo da caricare online la scrivono eccome.

Del resto con un titolo così ti aspetti un film pieno di bugie, balle, false identità. Infatti di doppi fondi ce ne sono tanti, forse troppi, ma ce n’è uno che davvero allappa. Andiamo però con ordine. E precisiamo che c’è un libro di Nicholas Searle (edito da Rizzoli) alla base dello script di Jeffrey Hatcher (La duchessa, Mr.Holmes) e di una regia solidissima da thriller casalingo firmata Bill Condon (Demoni e dei, Kinsey). Quindi le ambiguità dei protagonisti, il risvoltino finale e quello in sottofinale sono tutta farina del sacco letterario. Questo non significa che ciò che vediamo meriti la giusta sopportazione. Siamo arrabbiati sì, perché The good liar è tendenzialmente un ottimo film. Ha un ritmo altissimo e la storia avvince con naturalezza almeno per oltre un’ora.

Ci vuole poco infatti per capire che Roy è un truffatore conclamato. Il suo male al ginocchio e la sua zoppia sono fasulle (McKellen a 80 anni mima l’impedimento fisico e sembra ne abbia 100, mostruoso), ma soprattutto capiamo subito che assieme a un gruppo di compari tutti impettiti e signorili spenna uomini facoltosi ricorrendo anche a metodi violenti. Inutile dire che la povera Betty, che lo ha addirittura accolto a vivere in casa, sia la prossima vittima nel mirino di Roy. Oppure Betty non è così povera e ingenua come la si dipinge? Giocato su una dialettica continua tra verità e bugia che si fa autentico mistero, continuo, ironico e sornione gioco inventato delle parti, The good liar diventa all’improvviso un tremendo mattone storico sovraccaricato di distraenti, asettici e inguardabili flashback. Sequenze del passato che vedono prima Roy giovane, poi ancora Roy ragazzino in compagnia di altre ragazzine, un intero blocco narrativo precipitato perlopiù tra i tedeschi comuni nell’epoca nazista.

Ecco, a parte che il film cade rovinosamente proprio quando ti aspetti l’ultimo colpo d’ala, ma la domanda, il quesito, la richiesta è: perché dopo centinaia e centinaia di film siamo ancora a rimorchio del male nazista? Non si può associare una figura o l’identità oscura di un personaggio a un semplice passato in qualche organizzazione estremista o criminale, senza dove pagare dazio a quell’armamentario archetipico? A forza di abusarne, di ritirarlo fuori alla base di ogni racconto, di sbatterlo sempre sul muso dello spettatore se ne perde francamente l’essenza orrorifica e malefica. A noi pare diventato una scorciatoia, un pannicello caldo, che piazzato a compimento di una sublime suspense ci fa quasi bestemmiare dall’incazzatura. Simpatica la visione/primo appuntamento tra Roy e Betty in sala a vedere Bastardi senza gloria di Tarantino. E ancora incredibile la performance dei due vecchietti. Le rughe, le pieghe della pelle del viso, gli accenni di acciacchi attraverso lo stringere degli occhi o la contrazione dei muscoli facciali, riempiono i primi piani con uno charme invidiabile.

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