Cinema coreano che passione. Complice il successo in sala di un film clamorosamente epocale come Parasite di Bong Joon-ho la curiosità e l’attenzione verso una filmografia densa e multiforme come quella coreana (del Sud) è tornata improvvisamente d’attualità. Intanto il film di Bong, Palma d’Oro a Cannes 2019, in una dozzina di giorni ha superato il milione di euro d’incassi in Italia. Mica roba da ridere. Parasite ha la miglior media sala (331 euro su 115 sale che ancora lo tengono con piacere in programmazione) e sembra destinato almeno a finire la sua corsa non prima del ponte dell’Immacolata, o addirittura del 12 dicembre, quando cominceranno a riscriversi rigidamente le carte distributive sotto le feste.

Se volete capire che regista sia questo Bong, che cosa significhi fare cinema di qualità convogliando le masse in sala, ecco un titolo blockbuster (un autore che vince a Cannes e gira blockbuster, sì!) come l’horror The Host (2006) o il poliziesco Memories of murder (2003): il primo è tra i film più visti nella storia della Corea (11 milioni di spettatori, per dire), il secondo è stato il terzo incasso nazionale nell’anno d’uscita. E parliamo di milioni di persone. Tutti film ampiamente reperibili in dvd o streaming. Come l’incursione hollywoodiana di Bong, Snowpiercer, altro affresco classista e fantascientifico che i Weinstein non si lasciarono sfuggire per una distribuzione mondiale nel 2013. Insomma nulla di palloso. Semplicemente un’immersione in un’altra cultura cinematografica dalla storia densissima che va accuratamente spulciata seguendo le proprie preferenze di genere ed epoca.

Per questo vi consigliamo un giretto sulla pagina Youtube del Korean Film Archive. Una paginetta ufficiale gratuita con decine e decine di titoli a produzione coreana, con sottotitoli, che potete gustare sul vostro pc. Vi diciamo solo che troverete alcuni titoli di un maestro come Im Kwon-taek o il debutto di un abbonato ai festival, Hong Sang-soo, datato 1996, The day a pig fell into the well. Insomma, anche se la sbornia attorno al cinema coreano sembrava passata dopo gli anni novanta e primi duemila carichi di opere targate Kim Ki-duk, Park Chan-wook o Lee Chang-dong, autentici feticci autoriali dei circuiti festivalieri nostrani, finiti con alterne fortune perfino in sala, ogni momento è buono per scoprire l’anima versatile ed eterogenea di una delle industrie cinematografico più imponenti al mondo.

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