La condanna della Corte dei Conti di Venezia nei confronti dell’ex governatore del Veneto, Giancarlo Galan, non poteva avvenire in un momento più tormentato. Dopo le eccezionali acque alte si sta discutendo di Mose, ritardi nei lavori e finanziamenti per la salvaguardia di Venezia. Ed ecco che Galan, già coinvolto nello scandalo Mose del 2014, ora dovrà risarcire la Regione con 764mila euro per aver dirottato al Patriarcato fondi della Legge Speciale per Venezia che erano destinati a interventi di disinquinamento e salvaguardia della Laguna. Nell’epoca in cui regnava il Doge-Galan accadeva anche questo. Era il 2004-2005, il Patriarca era Angelo Scola: arrivato nel 2002, sarebbe andato dalla Laguna a Milano nel 2011. Non furono pochi soldi, ma parecchi milioni di euro, anche se la vicenda finita alla sezione giurisdizionale dei giudici contabili ha riguardato solo un 1,27 milioni di euro. La parte restante è stata coperta dalla prescrizione.

Assieme a Galan – che è rimasto contumace nel processo – era stato citato anche l’assessore alla Mobilità Renato Chisso (pure lui arrestato per le tangenti del Mose). Ma è stato assolto perché a proporre quei finanziamenti fu Galan e lui si limitò a votare due delibere. Su questo punto, nella sentenza, ricorrono anche i nomi degli assessori veneti di allora. Per una delibera del 2004 si trattava di Fabio Gava, Giancarlo Conta, Raffaele Grazia, Antonio Padoin, Raffaele Zanon e Floriano Pra (nel frattempo deceduto). Per una delibera del 2005 gli assessori erano Sante Bressan, Marialuisa Coppola, Ermanno Serrajotto e ancora Conta, Grazia e Zanon. Ma la Procura non ha ritenuto di portarli a giudizio, limitandosi alle posizioni di Galan e Chisso.

Secondo il collegio giudicante presieduto da Maurizio Mazza, la condotta di Galan fu “gravissima ed inescusabile”, per aver “proposto alla Giunta l’adozione di una deliberazione, in violazione di norme di legge” e per essere poi intervenuto anche presso la Presidenza del consiglio per ottenere una specie di autorizzazione. La Procura si era mossa nel 2014 quando, durante lo scandalo delle mazzette, i giornali scrissero di quel finanziamento di cui aveva beneficiato non solo il Patriarcato, ma anche la Comunità Ebraica veneziana.

Perché i soldi della Salvaguardia erano serviti a ristrutturare beni religiosi? La Regione, nel 2004, aveva revocato finanziamenti per interventi sulla Laguna pari a 26 milioni di euro. E nel 2005 la giunta aveva “deliberato di confermare la revoca di quei finanziamenti e di devolvere detta somma, per 24 milioni alla Diocesi Patriarcato di Venezia per finanziare il completamento dei lavori di restauro della Sede patriarcale, del Seminario patriarcale e della Basilica della Salute, e per 2 milioni di euro alla Comunità ebraica, per i lavori di restauro dell’edificio adibito all’assistenza degli anziani”. Ma quei soldi erano destinati ad altro, ovvero alla Laguna. Attorno ai lavori si è poi innestata una complicata vicenda, in due stralci e in tempi diversi, che è arrivata fino al 2016 e ha portato la Regione a chiedere la restituzione di alcuni milioni di euro al Patriarcato.

I giudici contabili hanno discusso, alla fine, di un addebito pari a un milione 274 mila euro, per il 60 per cento contestati a Galan e per il 40 per cento a Chisso (assolto). Si tratta della “sola parte per la quale non è ancora intervenuta la prescrizione”. Quest’ultima è stata calcolata retrocedendo nel tempo all’ultimo quinquennio rispetto alle date delle contestazioni. Si sono così salvati dalla prescrizione solo tre pagamenti risalenti al novembre-dicembre 2013. Gli altri erano precedenti. La condotta di Galan, concludono i giudici, “ha comportato la distrazione di fondi originariamente stanziati per la realizzazione di interventi di disinquinamento o di prevenzione dall’inquinamento, per la cui programmazione e finanziamento era competente la Regione Veneto, in favore di un soggetto privato per il restauro di immobili”.

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