Manifestazioni di protesta fuori dai cinema di Parigi. Irruzioni dentro le sale con interruzione della proiezione come a Rennes. Una nuova accusa contro Roman Polanski per la violenza sessuale che l’ex attrice e fotografa Valentine Monnier sostiene di aver subito dal regista nel 1975. Il titolo del film che in ogni cartellone di protesta si trasforma da J’accuse in J’abuse. Inutile, del nuovo film del regista, L’ufficiale e la spia – in uscita in Italia il 21 novembre, di cui vi offriamo una clip esclusiva-, saremo costretti a parlarne con la scure al collo di un #MeToo ancora pungente ma a tratti imbarazzante. Non ci è riuscita Lucrecia Martel, presidente di giuria al Festival di Venezia, a separare l’opera dall’artista, dopo infinite polemiche in mondovisione, premiando l’opera con il Leone d’Argento – Gran Premio della Giuria (ricordiamo che ha pur vinto Joker). Figuriamoci se potranno riuscirci semplici spettatori bombardati dai colpi di medioevali e sbuffanti spingarde. Tra l’altro lo avevamo scritto tirandoci dietro commenti altrettanto ridicoli dai puristi au contraire: Polanski è, e in qualche modo si sente, Dreyfus. Punto.

L’ufficiale dell’esercito francese, di origine ebraica, degradato e arrestato per alto tradimento nell’agosto 1895, confinato sull’Isola del Diavolo, e infine riabilitato dopo più di un decennio grazie all’intervento di Emile Zola, di un quotidiano progressista, di qualche politico e di un onesto ufficiale dei servizi segreti pentito. Non ci voleva un genio. Tutti penseranno ad una metafora attinente al personale dell’autore, proprio perché a questa metafora bisogna (anche) pensare dopo aver visto il film. Dell’intensa ispirazione di Polanski ne abbiamo parlato qui. L’eterna poetica della vittima rimasta incastrata in un terribile gioco più grande di lei, l’incubo horror che attraversa l’intera carriera dei personaggi ideati da Polanski, da Rosemary’s Baby a Oliver Twist, da L’inquilino del terzo piano a Il Pianista, si riaffaccia prepotente specchiandosi in una volontaria persecuzione ad personam tra le più barbare montature giudiziarie della storia europea.

L’ufficiale e la spia è un’opera solidissima, dalla suspense congegnata al millimetro, addirittura calligrafica in una ricostruzione d’ambiente e storica estremamente cupa e brumosa, dai dettagli di abiti, oggetti, acconciature, linguaggio, e postura che vibrano di un realismo denso e incessante. Diciamolo poi, giocando nuovamente di sponda: se Polanski prendesse a pretesto il caso Dreyfus unicamente, sottolineiamo unicamente, per discolparsi daviolenze compiute nel passato sarebbe un essere così diabolico che Freddy Krueger a confronto sarebbe un principiante.

Tra un ritmo inizialmente da spy story e una parte finale più ingessata da courtroom movie, Polanski non cerca soltanto di mostrare la pura sopravvivenza della vittima, quanto di marchiare col fuoco una verità storica catartica ed inoppugnabile. Prova maiuscola di Jean Dujardin (è il colonnello Picquard che scopre le magagne nei servizi segreti dell’esercito) e del silente Louis Garrel che fa Dreyfus. Co-produzione franco-italiana che vede in prima fila, con rinnovato entusiasmo, la Casanova Multimedia di Luca Barbareschi.

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