Il 20 maggio erano stati accolti sulle note di Bella Ciao e dell’Internazionale. Ad applaudirli, cittadini alle prese con il problema della casa, con la criminalità, con il degrado. “È sbagliato accorgersi dell’esistenza delle periferie solo quando ci sono casi di cronaca”, sentenziava Nicola Zingaretti. Ma era esattamente quello che era accaduto. Pochi giorni prima Casapound aveva portato a via Satta qualche decina di militanti per protestare contro l’assegnazione di una casa popolare a una famiglia rom. “Vi tiriamo una bomba”, la cosa più carina che erano riusciti a dire. “Ti stupro, troia” aveva gridato uno dei loro in faccia a una madre che arrivava con una bambina in braccio, scortata dalla polizia. Allora il Pd si era risvegliato e aveva annunciato la riapertura della sezione, chiusa da anni. Accadeva a Casal Bruciato, Roma est, simbolo di quelle periferie – non solo fisiche – dalle quali la sinistra si è ritirata e in cui è arrivata l’ultradestra a dare voce alla rabbia, presentandosi come interlocutrice della gente al posto della prima.

Boaventura de Sousa Santos lo chiama “interregno”. E’ la fase in cui, scriveva Antonio Gramsci, “il vecchio muore e il nuovo non può nascere”. E’ un concetto che il sociologo portoghese tra i maestri del pensiero ispiratori del World Social Forum usa per fotografare lo stato in cui versa la sinistra italiana, e non solo quella, nel suo bel libro Sinistre di tutto il mondo, unitevi (Castelvecchi editore) che l’autore presenta oggi alle 16.00 al Macro di Roma e in cui articola una profonda analisi della crisi in cui da decenni ristagna la sinistra.

Una crisi nata con la caduta del muro di Berlino, sulle cui macerie “la globalizzazione neoliberista, la deregolamentazione, la privatizzazione, i trattati di libero scambio, il ruolo inflazionario della Banca Mondiale e del Fmi si svilupparono lentamente fino a erodere il principio dello Stato sia ritirandolo dalla regolamentazione sociale, sia trasformando questa in un’altra forma di regolamentazione mercantile“. Un processo senza soluzione di continuità, racconta Santos, il cui risultato è stata “la fine di qualunque sistema sociale, economico e politico guidato dallo Stato”. Un “programma implicito” perseguito “in maniera silenziosa e insidiosa, senza la caduta di alcun muro” che ha fatto sì che la democrazia cominciasse “a essere usata per legittimare la superiorità del principio del mercato e, andando avanti, si trasformò essa stessa in un mercato (corruzione endemica, lobbies, finanziamenti di partiti…)”.

Il problema, sottolinea il professore – punto di riferimento del movimento internazionale che 20 anni fa cominciò a proporre un modello alternativo di globalizzazione – è stato che “la maggior parte delle forze di sinistra accettarono questa svolta: non opposero molta resistenza o, addirittura, ne divennero complici attive, cosa che accadde soprattutto in Europa”. Il risultato di questo lungo processo di snaturamento è stato il risorgere dell’estrema destra nel vecchio continente, ma con forma e con contenuti nuovi. Le sue forze si sono fatte sostenitrici degli stessi obiettivi delle politiche sociali che la socialdemocrazia aveva abbandonato, con i militanti dei movimenti di estrema destra che da anni aprono sedi nei quartieri abbandonati dai partiti di sinistra e assistono le famiglie indigenti garantendo ascolto, aprendo luoghi di aggregazione o portando loro la spesa a casa (anche e soprattutto in periodo pre-elettorale, il che prefigurerebbe ben altre analisi e ben altre definizioni), solo per fare un esempio di ciò a cui si assiste in Italia. Con la differenza sostanziale che, scrive Santos, “quegli obiettivi ora valgono solo per ‘noi’ e non per ‘loro’ (immigranti, rifugiati)”.

Oggi, in un contesto globale che assiste alla proliferazione delle destre – “nelle Filippine di Duterte, negli Stati Uniti di Trump, nella Polonia di Kaczynski, nell’Ungheria di Orban, nella Russia di Putin, nella Turchia di Erdogan” – e al consolidarsi di “un fascismo sociale e politico diffuso”, le sinistre hanno un compito: “Agire simultaneamente a lungo e breve termine” e articolarsi non solo su scala nazionale ma anche globalmente. Ma ciò accadrà solo quando “cominceranno a capire che le forze antidemocratiche stanno sequestrando la democrazia e che, quando ciò accade, il fascismo non è lontano o addirittura è già tra noi”.

Santos fornisce uno sguardo d’insieme che manca nel dibattito italiano e lo fa invitando il lettore a sollevare gli occhi su ciò che accade al di là delle Alpi. In particolare sulla coalizione di forza che hanno sostenuto il primo governo di Antonio Costa in Portogallo: una “Geringonça“, un trabiccolo come lo hanno chiamato le destre, in cui Partito comunista e Bloco de Esquerda hanno sostenuto il Partito socialista riuscendo in quattro anni a portare un Paese devastato dalla crisi fuori dal piano di aiuti della Troika. Un’articolazione tra forze progressiste che per Santos dovrebbe avvenire anche a livello sovrastatale: “Se questo esercizio necessariamente collettivo si facesse con un numero abbastanza grande di Paesi in diverse regioni del mondo – scrive il professore analizzando i casi di Brasile, Colombia, Messico e Spagna – (…) sarebbe possibile immaginare una nuova internazionale di sinistre”.

Che hanno una sola via d’uscita dalla crisi: consultarsi tra loro, fare autocritica e formulare una proposta nuova, lontana dal neoliberismo che hanno abbracciato negli ultimi anni. In una sola espressione “radicalizzare la democrazia” riprendendo e rilanciando la tensione tra democrazia e capitalismo, un’evoluzione verso “una democrazia di alta intensità, necessariamente postliberista”. Perché “l’ideale democratico ha ancora forza sufficiente per essere invocato contro la realtà democratica del nostro tempo”.

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