Quando stamattina Ibrahim Metwaly Hegazy è stato raggiunto dai membri della Sicurezza Nazionale egiziana nella stazione di polizia di Kafr El-Sheikh, al Cairo, l’avvocato ha sperato che per lui le porte della detenzione, dopo oltre due anni, si sarebbero riaperte. Non immaginava certo che, invece della scarcerazione ordinata dalla Procura del Cairo lo scorso 14 ottobre, l’attivista dell’Ecrf (la Commissione egiziana per i diritti e le libertà), l’organo che da quasi quattro anni segue e appoggia la famiglia di Giulio Regeni, gli venisse notificata una nuova accusa: adesso dovrà rispondere di fondazione di gruppo terroristico.

Difficile capire come Ibrahim Metwaly – arrestato per la prima volta il 10 settembre del 2017 all’aeroporto internazionale del Cairo mentre si stava recando a Ginevra per una conferenza sulla tutela dei diritti umani -, co-fondatore tra le altre cose dell’associazione delle Famiglie degli Scomparsi, possa aver creato e alimentato una fazione terroristica se gli ultimi due anni e mezzo li ha trascorsi nella prigione di Tora, alla periferia sud della capitale egiziana. Sul più bello, dopo tutto questo tempo passato in regime di arresto preventivo, durante il quale non ha potuto incontrare i familiari e ricevere cure mediche adeguate, un nuovo dramma: “La notizia ci ha distrutto, siamo senza parole, tutti noi aspettavamo finalmente la sua liberazione da un giorno all’altro e invece, poche ore fa, l’ennesima mazzata. Non sarà facile per Ibrahim sopportare ancora”, denuncia la dirigenza dell’Ecrf.

La mossa della Procura del Cairo rappresenta un pessimo segnale sul fronte dei diritti umani nel Paese nordafricano, ma anche nei confronti della ricerca di verità e giustizia per la morte di Giulio Regeni. La repressione messa in atto dal governo egiziano dopo le manifestazioni di piazza del 20 settembre scorso, pallido tentativo di riproporre le dinamiche rivoluzione del gennaio 2011, hanno prodotto una reazione durissima.

Nel frattempo, le piazze in tanti Paesi del mondo, soprattutto in Libano, Algeria e Iraq, sembrano poter segnare una riedizione della Primavera Araba. In Egitto tutto è stato messo a tacere. Ogni voce di dissenso è stata silenziata e in contemporanea si è alzata la propaganda sui mass-media, oscurando siti e pagine sui social, l’unico mezzo difficile da controllare per i vertici del governo. Giornali e televisioni, quasi appannaggio del regime, non danno notizie su proteste e arresti eccellenti. Plasmare l’opinione pubblica per mantenere saldo il consenso.

A tal proposito, avrebbero dovuto suscitare forti reazioni le dichiarazioni del presidente della famosa squadra di calcio cairota dello Zamalek, Mourtada Mansour, tycoon e fedele amico di Abdel Fattah al-Sisi. Poche sere fa, durante un talk show sulla tv nazionale, il presidente dello Zamalek si è lasciato andare a una crociata nei confronti dei giornalisti egiziani in dissenso col potere acquisito. Mansour ha usato toni verbali ben sopra le righe e plaudito agli arresti di alcuni reporter finiti in carcere dopo le retate del 20 settembre.

Tra di loro, ad esempio, la notissima giornalista e blogger Esraa Abdel Fattah, fermata a metà ottobre. Pochi giorni dopo ha iniziato uno sciopero della fame, tuttora in corso, per denunciare le gravi violenze subite nei giorni successivi al fermo, tra cui percosse, minacce e il tentativo di violenza sessuale. Le sue condizioni di salute stanno peggiorando e c’è forte preoccupazione da parte dei suoi familiari e avvocati.

A Khaled Daoud, altro giornalista della capitale, di recente è stata rinnovata la detenzione di altri 15 giorni con l’accusa di terrorismo e di aver diffuso false notizie, anche su Internet.

In carcere a Tora, nella terribile Sezione 2-Skorpio, il blogger Alaa Abdel Fattah, un’altra delle anime della rivoluzione di piazza Tahrir del 2011. La famiglia, dalla madre alle due sorelle, Mona e Sanaa, denunciano maltrattamenti e torture nei confronti di Alaa.

Le forze di sicurezza hanno arrestato anche Hazem Hosni, docente universitario e portavoce dell’ex candidato alle presidenziali del marzo 2018, Sami Anan, anch’egli in carcere e in precarie condizioni di salute. Con lui anche il suo vice, Hisham Gheneina, sfuggito a un rapimento il 30 gennaio e poi arrestato a casa sua poche settimane più tardi. Infine, il caso di Kamal Khalil, ultrasettantenne leader del movimento socialista egiziano, storico rivale dell’ex presidente Hosni Mubarak.

A parlare sono i numeri: negli ultimi cinquanta giorni, gli apparati di polizia, i militari e i servizi di sicurezza egiziani hanno arrestato, fermato e messo in prigione più di 5mila persone nei 24 governatorati che compongono il territorio egiziano. Quasi 4mila sono apparsi davanti a un giudice, poco meno di un migliaio sono stati rilasciati su cauzione e solo 164 usciti definitivamente di prigione senza addebiti. Inoltre, 35 persone risultano ancora “scomparse”. Di loro non si sa più nulla dal giorno del fermo. Tra questi il caso più emblematico è quello di Ibrahim Ezz e-Dine, giovane ingegnere, anch’egli membro dell’Ecrf. Emblematico perché la sua scomparsa risale all’inizio di giugno, ossia ben prima delle proteste di piazza Tahrir e Taalat Harb, la sera del 20 settembre scorso. Sono passati oltre 150 giorni.

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