Chiamiamolo Anna. Lina Wertmuller non scherza mai. Anche quando sembra che scherzi. L’idea di cambiare il nome all’Oscar, la statuetta dorata, quella che vincono i grandi del cinema una volta all’anno, le deve essere venuta spontanea, modello Ornella Vanoni sul palco di Sanremo. Convenevoli sì, ma convenzioni un po’ meno. La 91enne regista romana, nome completo, come nei suoi titoli di film, Arcangela Felice Assunta Wertmüller von Elgg Spañol von Braueich, si trovava a Los Angeles per ritirare l’Oscar alla carriera durante l’11/mo Governors Awards dell’Academy. Pubblico delle grandi occasioni per Lina e i premiati attigui: David Lynch (con l’Oscar in mano fa un effetto strano), Geena Davis e Wes Studi (il primo nativo americano a riceverlo).

Di fianco a lei la figlia Maria Zulima e tutt’attorno uno stuolo di star che nemmeno per il centenario Kirk Douglas. Intanto mettiamo ordine al caos di dichiarazioni, omaggi, pacche sulle spalle che fanno sempre molto Hollywood ma che trasudano di salamelecco ad ogni sorriso commosso. “Si dovrebbe chiamare con un nome femminile questo Oscar, dovrebbe chiamarsi Anna”, ha spiegato la Wertmuller tra urla e gridolini dei convenuti. Dedica a marito e figlia, più codazzo sul palco di attrici e attori tra cui Sophia Loren (ringraziatissima dalla Wertmuller), Greta Gerwig (“ho imparato prima il suo nome e dopo ho visto i suoi film”) e Jane Campion (“La prima e unica volta in cui le persone hanno vera eguaglianza è alla nascita, poi basta. E come combattere secoli di discriminazione. Nel cinema si è cominciato con Lina”).

Infatti fu proprio nel 1977 che la Wertmuller finì in cinquina per l’Oscar (o Anna) alla miglior regia. La prima donna della storia. Il film era Pasqualino Settebellezze. Vinse John G. Avildsen per Rocky. Per aspettare la seconda regista nominata all’Oscar avremmo poi dovuto aspettare il 1994 con Jane Campion e Lezioni di piano. Per la prima vittoria il 2010 con Kathryn Bigelow e The hurt locker. Insomma la Wertmuller, piccola piccola, dietro a quel palchetto enorme, sempre con i suoi fidati occhialetti bianchi, ha dato fuoco alle polveri di un femminismo flambé e rianimato la solita serata tra tavoli e broccati. Si narra, tra l’altro, di un battibecco con Isabella Rossellini vestita di viola che le ha fatto da traduttrice, ma di cui non troviamo traccia documentata. Pare che Lina le abbia fatto capire che la storiella del viola che porta iella sul palco vale anche a 90 anni. A tutti i premiati e ospiti della serata, infine, la proiezione per la prima volta de I Basilischi (1963), opera prima wertmulleriana di pregio eccelso, forse ancor più interessante di tanti altri titoli successivi. Pensate: nel 2019 gli “ammerigani” The Lizards o The Basilisks non l’avevano mai visto. Anche questa è Hollywood.

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