Signore e signori James Cameron cancella tutto quello che è venuto dopo Terminator: Judgment Day (1991). Terminator Dark Fate (in italiano Destino Oscuro), temporalmente il sesto (sesto?!) capitolo della saga iniziata con folgorazione e mito nel 1984, è un gran bel film, come dire, d’altri tempi. Tanto tutto quello che c’è finito in mezzo (Rise of the machine; Salvation; Genesis) a Cameron non gli era mai andato a genio (e neppure a noi).

Una parcellizzazione anonima dell’uso della CGI e un ridicolo sviluppo narrativo aveva portato Terminator nelle lande vuote, impervie e ripetitive proprio di quel cinema contemporaneo senz’anima che Scorsese&Co. hanno descritto nei giorni scorsi. Per ridare smalto al franchise, insomma, serve un ripassino dal via. E Terminator Dark Fate, vero sequel di Judgement day, è la riproposizione della fuga in avanti che contraddistingue il plot originario di questa ossessione di salvezza (di sé e dell’umanità) nel reiterarsi del pericolo invincibile dietro le spalle.

Breve prologo nel 1998 con Sarah Connors e John che, dopo la battaglia apocalittica del ’97, si rilassano in una spiaggia del Guatemala. Peccato che subito compaia un Terminator T-800 che, tra un Margarita e un Daiquiri, uccide il ragazzo. Immediato salto nel 2020 a Città del Messico. Dani Ramos (Natalia Reyes) assieme al fratello Diego lavorano come operai in un’enorme fabbrica automobilistica di presse e bulloni. E su questo set “novecentesco”, in cui uomo e macchina ancora si fondono e i robot – lavorativamente parlando – stanno sostituendo l’uomo, che Dani finisce nel mirino del cattivo Rev-9, un terminator ultra evoluto inviato da Skynet, l’intelligenza artificiale che domina il futuro. A difendere la ragazza messicana la resistenza ha fatto precipitare, sempre dal futuro, Grace (la bella Mackenzie Davis, già vista in Blade Runner 2049 e Tully), un cyborg androgino, caschetto di capelli biondi e sguardo alla Milla Jovovich, che mena fendenti e tiene testa al Rev-9.

L’action ha inizio tra i macchinari del capannone. Ed è lo scontro classico giocato sull’indeterminabile fine del terminator. Subito un altro set stradale, in fuga in mezzo ad auto e camion, per testare quanto è metallicamente resistente il Rev-9, e sbuca Sarah Connors armata di bazooka a salvare Dani e Grace. Il momento revival è assicurato. La Hamilton, 63 anni, si mostra determinata e prepotente in questa sua chiave espressiva esteticamente alla Mad(ame) Max, finalmente da eroina tout-court. Così a nemmeno mezz’ora dall’inizio del film abbiamo tre donne protagoniste. L’ipotesi è quella che anche stavolta Dani vada salvata perché è la futura madre del salvatore del pianeta. Ma, come dire, spoilerando un filino, e confermando che volente o nolente Cameron ha voluto reindirizzare la saga in chiave femminil-femminista, la questione non è proprio come tutti i convenuti credono.

Terminator Dark Fate si prolunga agile con una capacità di tenere alta l’attenzione per lo stesso scontro materico ripetuto e ogni volta leggermente variato tra fuggiasche e inseguitore fino a quando entra in scena un’altra vecchia gloria. Il prototipo di ogni terminator: T-800, o Carl, ancor meglio Arnold Schwarzenegger. Carl, che vive in una fattoria del Texas, è un terminator invecchiato che nel tempo ha ottenuto autonomia dalla sua programmazione originale, e che ora si accoda al manipolo di donne aiutandole fino allo scontro definitivo, nuovamente in un contesto di macchinari abnormi e mastodontici pronti a tritare metalli e raccogliere relativi gocciolanti crogiuoli post mosterm di Rev-9. Terminator Dark Fate è un film duro, snello, avvincente, radicato al suolo di set da polvere e pietre dove, nonostante il profluvio degli effetti digitali, la carne degli umani è doppio speculare e dialettico dei marchingegni metallici dei terminator come nella miglior fantascienza del passato.

Alla regia Tim Miller (suo l’exploit Deadpool) sa dare impulso, armonia e fascino, a questo infinito scontro tra titani nonostante la massiccia anestetizzazione in materia dovuta all’overdose di cinecomic Marvel dell’ultimo decennio. A tutto questo va aggiunto un sottile rimando politico ad un oggi statunitense intinto nella frontiera messicana (la fuga di fondo abbatte i muri del presente) che non pesa mai come moralismo impositivo ma che permea un discorso antropologico di unione di fronte all’apocalisse. Fazzoletti sul finale per l’addio a qualcuno. In fondo c’è un cuore che pulsa anche sotto la latta.

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