Giovinezza e radicalismo islamico. In piena Europa. Dopo nove lungometraggi i registi belgi Jean-Pierre e Luc Dardenne filmano ad altezza fanatismo religioso e lasciano inevitabilmente il segno. L’età giovane (in sala dal 31 ottobre 2019 con Bim) ha una traiettoria di sguardo e un’esposizione del tema raccontato immediatamente percepibile e poco mediabile. L’instancabile, onnipresente, scelta di filmare in semisoggettiva (ricordiamolo per i più inesperti: macchina da presa alle spalle del personaggio con angolazione leggermente laterale e ripresa di spalle e nuca) è poi un’apnea visiva ed emotiva risolta e blindata fin dai primi vagiti dei fratelli più volte Palma d’Oro a Cannes.

Dato per assodato l’approccio stilistico, che fa mezzo film, ecco Ahmed (il bravissimo Idir Ben Addi), un ragazzino tredicenne che vive in una città del Belgio, totalmente immerso nella mistica della fede musulmana, tutto frenetiche preghiere e abluzioni. Ahmed venera il cugino martire dell’Islam, si fa indottrinare da un pericoloso Imam fruttivendolo e rifiuta categoricamente di dare la mano ad un’insegnante di lingua araba che vuole usare canzoni al posto del Corano per insegnare ai bambini. Per il ragazzino, su martellante suggerimento dell’Imam, la donna è un’apostata. Ad Ahmed non resta così che agire, in solitaria, nel silenzio offuscato dai versetti coranici, provando ad uccidere l’insegnante.

Sarà che il cinema progressista novecentesco è abituato ad un politically correct che talvolta snerva, ma qui i Dardenne evitano giudizi morali calati dall’alto ed espongono nel modo più realistico possibile l’effetto di martellanti idiozie pitturate di sacro in una mente pura e corruttibile come quella del piccolo protagonista. Attenzione però, verso il ragazzino non c’è nessuna indulgenza, almeno in apparenza. Ahmed nel suo agire ottuso, privo di confronto, imperturbabile e impermeabile rispetto a ciò che la società gli offre attorno (nulla di particolarmente orribile anche per una persona di fede) fa davvero incazzare. L’ossessività comportamentale del ragazzino, come di tutta una carrellata di protagonisti del cinema dei Dardenne, magari con altri fini personali, è comunque un tratto distintivo ostinato e voluto che provoca nello spettatore una gamma di sensazioni vivide che prorompe spesso nel fastidio.

Eppure c’è uno spiraglio di luce che i fratellastri belgi, forse più hitchcockiani che rosselliniani o desichiani in questo, iniettano nella storia e nel destino di Ahmed. Una sorta di improvvisa verticalità spaziale, risolutiva e tragica, questa sì alla Rossellini di Germania anno zero, che connota un finale pazzesco ed emblematico, e riporta una possibile umanità in un contesto/mondo disfatto, squilibrato e violento. Un cinema taumaturgico quello dei Dardenne che interviene sobrio ed intenso nella caotica tensione economica e culturale di un angolo di società occidentale. I Dardenne guardano e mostrano stralci in medias res di realtà e la ripropongono senza sconti. In questo i due autori belgi sono maestri indiscussi. Girano lo stesso film dal 1992 ma li si guarda sempre affascinati e attenti fino all’ultimo secondo dei titoli di coda.

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