Padri criminali, immaturi, monstre. E figli che – loro malgrado – li sostengono nella speranza di redimerli, e contestualmente di salvare loro stessi da imitarne l’esistenza. È quanto accade, assai diversamente espresso, nei due film di giornata alla Festa del Cinema di Roma: Honey Boy e Il ladro di giorni.

Sorprendente, emozionante e formalmente coraggioso, Honey Boy arriva alla Festa capitolina già carico di premi e festival, a partire dal Gran premio della Giuria al Sundance Film Festival e dalla menzione in concorso al recente London Film Festival. Il dramma diretto dalla cineasta israelo-americana Alma Har’el ha la peculiarità di essere il biopic dell’infanzia di Shia LaBeouf, che l’attore stesso ha sceneggiato riservando per sé il ruolo di suo padre: in tal senso si tratta dell’elaborazione artistica del trauma di LaBeouf dovuto al rapporto a dir poco disastroso col genitore, all’origine delle sue note inquietudini comportamentali che gli sono costati diversi arresti, detenzioni e rehab. È infatti da un centro di riabilitazione che troviamo il suo alterego Otis (interpretato da Lukas Hedges), stunt 22enne rovinato da droghe ed alcol, che terapeuticamente su ordine psichiatrico scrive un diario sul ricordo paterno.

I contenuti delle sue memorie forniscono il lungo flashback del film, in cui il ragazzo – allora 12enne – è un baby actor popolare a Hollywood grazie a una serie tv: suo padre, artista di strada e clown spiantato, è un uomo violento e incapace di gestire il figliolo, di cui addirittura sfrutta lo stipendio, essendo l’unico a provvedere il sostentamento per entrambi. Otis si rivela dolcissimo e di talento, e il contrasto col padre mostruoso e inetto costituisce lo spessore drammaturgico di un’opera organica e non lineare, struggente e densa di verità, con l’elemento di ardita nemesi di Shia capace di “entrare” nei non facili panni del suo stesso padre, della causa dei suoi mali per – auspicabilmente – guarirne. Un dramma-gioiello che si spera avrà una distribuzione anche nelle sale italiane.

Assai diverso, se non per l’elemento relazionale padre-figlio, è il terzo lungometraggio del napoletano Guido Lombardo (La-bas, Take Five) che traduce in film un soggetto scritto oltre dieci anni fa e che ha preso due forme narrative: da una parte un omonimo romanzo, dall’altra – appunto – un testo cinematografico. Contaminazione di generi a partire dalla cornice del road movie, mette al centro il goffo criminale Vincenzo (Riccardo Scamarcio) che dopo 7 anni di assenza rientra nella vita del figlio Salvo, ora 11enne e affidato alla famiglia della zia materna dopo la scomparsa anche della madre. Il ragazzino accoglie suo malgrado alcuni giorni on the road col padre praticament sconosciuto, scoprendo di ora in ora di avere a che fare con un poco di buono. Ma non tutto è perduto, naturalmente.

“Ho pensato a un rapporto padre-figlio come descritto in The Champ di Zeffirelli – spiega Riccardo Scamarcio – e mi sono immaginato un Vincenzo come criminale da poco, quasi un personaggio anni ’50 del Sud Italia che vive di espedienti, incapace di fare strategie e – almeno inizialmente di amare. È suo figlio a re-insegnarglielo”. Da parte sua il puro esordiente Augusto Zazzaro è la vera rivelazione del film: bello come un angelo, il ragazzo riesce a bucare lo schermo con semplicità e talento istintivo. Suo è il compito di stare al gioco (sporco) di un padre meno maturo di lui ma anche di portarlo “sulla retta via”, laddove possibile: insieme cercano di aiutarsi a crescere, in un romanzo di formazione a doppia mandata.

Purtroppo qualitativamente il film riesce solo a metà, sfilacciato e poco compatto, piuttosto incline al fascino di alcuni cliché. Restano comunque alcuni bei momenti insiti nella cura di alcuni dettagli, specie quelli che informano la grande sete di amore di entrambi. Il film uscirà nelle sale nella prossima primavera.

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