Beppe Grillo, il padre visionario e unico vero leader. Giuseppe Conte, l’uomo di garanzia che gode della benedizione del fondatore. Luigi Di Maio, il capo politico all’inseguimento. Roberto Fico, il movimentista dentro le istituzioni che calma gli scalpitanti. Davide Casaleggio, il defilato con in mano le chiavi di Rousseau alla ricerca di più attenzioni. Chi è il Movimento 5 stelle oggi, lo dicono le cinque fotografie dei leader che hanno sfilato sul palco dell’Arena Flegrea di Napoli per la quinta edizione di Italia 5 stelle. Per un partito nato nelle piazze e cresciuto in rete, è sempre e soltanto l’incontro annuale con gli attivisti il termometro capace di raccontare come vanno le cose.

Prima di tutto ci fu Roma: era il 2014 e la base incredula festeggiava l’ingresso in Parlamento. Per Grillo fu un trionfo: planò sulla folla con una gru e fece uno dei comizi a mezz’aria. Poi vennero Imola (2015) e Palermo (2016), la fase dell’opposizione difficile e senza risultati, ma pure quella dei primi tentativi di organizzarsi con direttori e cabine di regia subito falliti. Poi Rimini, anno 2017: Di Maio incoronato leader con Fico che si rifiuta di salire sul palco. Grillo fa da paciere, ma è stanco di stare dietro alle liti dei suoi “ragazzi”, li chiamò proprio così. Neanche il tempo di capire chi sono e dove vanno, che si arriva all’anno scorso: la prima Italia 5 stelle di governo e non un governo qualsiasi, ma quello con Matteo Salvini e il Carroccio “della manina”. Forse la più dura: la gente si presentò comunque e tanta, tutti in difesa della comunità. Ma, ora lo possono dire, erano tesi e pronti a cercare una via d’uscita. Anche per questo Napoli 2019 sarà ricordato come un sospiro di sollievo, una specie di vacanza da preoccupazioni e nervosismi: la comunità del Sud, quella dei militanti della prima ora, non ha deluso ed è venuta a dare il suo abbraccio. Gli organizzatori parlano di 25mila ingressi il primo giorno, con 5mila e 500 prenotati per lo spettacolo della sera. Il Movimento ha soffiato 10 candeline e per celebrarsi ha organizzato decine di agorà: cittadini e portavoce si sono radunati in cerchio, proprio come facevano un tempo, e hanno discusso del futuro, del fatto che “il M5s sono loro” e “questo Beppe Grillo lo sa”. Certo, i malumori per la gestione Di Maio ci sono e tanti, gli assenti fanno rumore. Ma visto dal basso dei gazebo mentre Fico parla al suo Meetup di sempre con un microfono che “gratta”, il buio dei palazzi romani sembra lontanissimo.

Beppe Grillo, l’unico leader e visionario “con la mente libera dalle beghe di palazzo”
E pensare che qualcuno alla vigilia lo aveva dato persino tra i possibili disertori. Lui non ha smentito, ma anzi si è presentato con un giorno d’anticipo e già dal venerdì sera scorrazzava tra gli stand con una golf-kart scherzando con lo staff. Grillo le fasi le ha fatte tutte: quella del mattatore, quella dello stanchino e del passo di lato, quella del ritorno sui palchi e dell’insonnia che non lo fa dormire. Ora è di nuovo la fase dell’onnipotenza. Non tutti ci credevano, specie i giornali, e invece lui ha dimostrato che il Movimento è suo ed è lui a decidere il percorso quando le cose si mettono male. La regia è stata chiara durante la formazione del governo Conte 2: Di Maio pendeva da una parte e Grillo dava le sterzate da un’altra. Gode di quell’onda lì ora il garante del Movimento. Nemmeno ha bisogno di parlare tra gli stand o rilasciare interviste o di scrivere blog. Parla una e una sola volta dal palco e fa il verso ai suoi che si lagnano “siamo andati col Pd, col Pd”. A loro dedica un vaffa, ma non si ferma lì. “Stiamo dando la narrazione al Partito democratico, è meraviglioso”, dice. Era il progetto suo, quello che ha condiviso con Gianroberto Casaleggio. E ora si gode l’effetto che fa: spiazzare tutti, esserci sempre e non scomparire anche se hanno previsto la sua fine ormai decine di volte. Di questa Italia 5 stelle si ricorderanno i suoi pomeriggi dietro il palco a scherzare con parlamentari e ministri. Non ha bisogno di fare altro, questa è casa sua. “Succede sempre così”, confessa uno di quelli che lo ha incontrato. “Stiamo giorni a discutere di beghe interne e problemi di palazzo. Poi arriva Beppe, l’unico con la mente libera e ci ricorda chi siamo”. Ecco, sarà anche la versione fideistica, ma qui la condividono tutti. Finché Beppe c’è, si fa quello che dice lui e in qualche modo si andrà avanti.

Giuseppe Conte, l’uomo di garanzia che gode della benedizione del fondatore
Subito dietro Grillo, c’è naturalmente il premier Conte. E non tanto per quella ricostruzione che piace tanto ai giornali, per cui presto si farà la sua lista e un partito autonomo per staccarsi come un Renzi qualsiasi. L’avvocato del popolo è ancora premier perché Grillo in persona ha detto che doveva essere così. E’ un compito difficile, vivere con una benedizione così pesante e riuscire a farlo bene. E’ vero, Conte ha una sua ambizione molto forte, che lo ha fatto sopravvivere alla crisi estiva più imprevedibile e assurda della storia politica italiana. Ma non va mai dimenticato chi è il vero mandante del suo successo. E il premier, che come prima dote ha quella di saper fiutare l’aria della sua platea, si è presentato sul palco parlando il linguaggio grillino delle migliori occasioni. “Avete portato il vento della rivoluzione”, si è spinto a dire. “I Meetup sono focolai preziosi, alimentateli”, ha aggiunto addirittura. Poi ha annunciato i pilastri della nuova Italia che, neanche a dirlo, si sovrappongono alle stelle del Movimento: lotta agli evasori in nome dell’onestà, ambiente, riforma della giustizia e della burocrazia. L’asse con Grillo è stato palese quando Conte lo ha citato nel suo discorso. Dalla folla è partito un boato. “Va bene, va bene”, borbottavano gli attivisti seduti in platea. “Pur di stare al governo perdoniamo tutto. Accettiamo tutto”. Un atto di fede in nome dei risultati. Se la ricordano in tanti la frustrazione dell’opposizione, la masticano continuamente nei consigli comunali e nelle regioni, e il brivido di vedere quelli della propria squadra a Palazzo Chigi vale tutti i bocconi amari da ingurgitare. Poi c’è pure la questione del guizzo di Conte, segno che la giacca di uomo di garanzia gli sta pure stretta: il suo discorso in Senato a fine agosto per redarguire “il traditore Salvini” ha emozionato tutti. Perché “ha rimesso a posto chi tradisce”. “Chi ci lascia, chi se ne va, io di loro penso tutto il male possibile”, si è lasciata scappare una pensionata allo stand della Sardegna. E’ un anatema. E vale per tutti, persino per l’adorato Conte.

Di Maio, il capo politico all’inseguimento di Conte e Grillo
Chi insegue la cima è sempre di più Luigi Di Maio. Il filtro di Italia 5 stelle rischia di confondere un po’: gli attivisti gli vogliono bene (non c’è definizione più corretta) e figuriamoci se mollano il capo politico proprio adesso. Però, i però si stanno sommando gli uni sopra gli altri. Se le ricordano tutti le sue resistenze durante la formazione del Conte 2, i piedi puntati per avere le poltrone, per non parlare della decisione di diventare ministro degli Esteri e tenersi saldamente il posto di capo politico. I malumori sono tanti e Di Maio, che nel Movimento è cresciuto, li conosce tutti a memoria. Anche per questo ha annunciato una riorganizzazione dettagliata che porterà a 80 figure di riferimento per la base. La mossa può funzionare sulla carta: si delega e si forma una squadra sui territori per migliorarne il controllo. Ma difficile che possa convincere i critici: Di Maio non ha intenzione di mollare il suo doppio ruolo. La “vera forza” è non avere nessun rivale al momento capace di contendergli il posto. Ma ha anche una “vera debolezza”: la diffidenza di Conte e di conseguenza quella di Grillo. Chi era dietro le quinte ha raccontato che mai si era respirata un’aria così fredda tra premier e ministro. E poi, sarà sempre un caso, ma la prima battuta del comico sul palco è stata tutta dedicata a Di Maio: “Mi traduceva dall’inglese e non ci capivo niente”. Hanno riso tutti. Era uno scherzo, va bene. Ma non è proprio il massimo per uno che cerca la luce di Grillo e che sta provando ad accreditarsi come ministro degli Esteri. Una cosa va riconosciuta a Di Maio: non dà segni di cedimento. Anzi, più lo contestano, più si prende il tempo per spiegare. Il comizio di chiusura di Italia 5 stelle è stato questo: un intervento lunghissimo fatto di promesse per ricordare che comanda lui, ma “lo sta facendo per il Movimento”. Per ora li ha convinti, ma ha già una data di scadenza: le regionali in Umbria e la prima prova del patto civico con il Pd. Insomma se per tutti la fine del governo con la Lega ha voluto dire allentare la tensione, per Di Maio la tregua non c’è mai stata.

Fico, il movimentista che predica inclusione e calma gli scalpitanti
Non si è commosso, perché queste cose, se sono vere, non si fanno in pubblico. O almeno si mascherano bene. Ma quando Fico è entrato nell’Arena Flegrea e ha preso la parola, la testa è andata subito al 2007 e a lui semplice attivista che, in quello stesso luogo, prende il microfono a uno spettacolo di Beppe Grillo. Insomma, sarà anche il presidente della Camera, ma rimane il movimentista per eccellenza. Domenica si è svegliato senza voce e si è presentato allo stand di Napoli per parlare della discarica di Bagnoli. Non si sa cosa possa esserci di più ritorno alle origini di questo. Eppure per lui, lo ha detto in tutte le lingue, è arrivato il momento di guardare avanti e mollare la nostalgia. “Siamo avanguardia”, ha gridato alla platea della sera. I militanti storici se lo ricordano bene davanti alla folla di Palermo, era il 2016, quando si scagliò contro i protagonismi da selfie. Lasciò tutti senza parole, sembrava il nuovo dissidente destinato all’autodissoluzione. “Roberto è il Movimento”, hanno sempre ripetuto gli attivisti. E’ stata la loro profezia e come tale si è autoavverata. Per Fico è un buon momento: mediatore per eccellenza, è tra quelli che hanno voluto e lavorato per il governo con il Pd. E ora che c’è, non ha intenzione di mettersi a lavorare con chi dissente. “Insieme”, “Inclusione”, sono le parole che ha ripetuto. Ormai il suo è un ruolo istituzionale: è la prima volta che parla così “politicamente” da quando è iniziato il suo mandato. Vuole “dare l’esempio” ai cittadini e punta molto più in alto di una semplice corrente. Lui e quelli che a lui si sentono legati hanno sofferto tanto durante il governo con il Carroccio, ora non hanno intenzione di perdersi in liti interne da condominio. Anzi, puntano a spostare l’asticella sempre più dalla loro parte.

Casaleggio, il defilato con le chiavi di Rousseau in mano. Che cerca più attenzioni
Ormai è un classico. Il figlio di Gianroberto c’è, è presente dove si parla di potere, è relatore fisso sul palco, ma alla fine riesce sempre a far parlare di sé il meno possibile. Eppure questa volta ci ha provato ad andare un po’ oltre. Ha aperto i lavori dell’area dedicata alla piattaforma Rousseau criticando gli ex ministri assenti: “Sbagliano”, ha detto, dando addirittura un giudizio nel merito. Poi, quando è salito sul palco dell’Arena Flegrea, è stato tra i pochi a ricordare il tradimento del Carroccio, quel voltafaccia di fronte alla parola data che lui sicuramente non ha intenzione di perdonare. Però tutto si è fermato lì. Se Grillo è l’unico leader incontestato, l’unico che la base ascolta davvero, Davide è sempre “il figlio del cofondatore” che sta portando avanti il lavoro del padre. Quindi va bene la democrazia in rete e la partecipazione, ma i retroscena si fermano qui. C’è da dire che, quando si spengono le polemiche politiche sull’effettiva democrazia diretta e i finanziamenti che arrivano dai parlamentari, lui la macchina la fa andare avanti: assume ingegneri, investe sulle funzioni e i laboratori. A lui importa solo questo e di farlo in nome del padre. Ecco una standing ovation sabato sera se l’è guadagnata ed è stato quando ha citato Gianroberto. La folla non la smetteva più di applaudire. “Siamo una comunità”, ha detto. Ed è stato il primo a mandare un bacio ad Alessandro Di Battista, assente per un problema di famiglia. Quindi ha chiuso con una frase che per un attimo lo ha fatto sembrare il padre: “Ogni volta che ci hanno negato un diritto siamo cresciuti. Noi siamo nati per fare la differenza”. Lui per ora continua a farla restando dietro le quinte, ma non è detto che gli vada bene così per sempre.

Il senza volto, il leader dei dissidenti che non c’è
Nell’album di Italia 5 stelle 2019, manca una fotografia: quella del leader dei cosiddetti “dissidenti, malpancisti o disillusi”. Comunque decidiamo di chiamare i critici, il dato di fatto è che non hanno ancora un volto che possa contendere la leadership a Luigi Di Maio. Chiunque si espone si brucia subito e non riesce a compattare un bel niente. E la verità è anche che, chi davvero conosce il Movimento, sa che non vale la pena neppure provarci. Non funziona così. C’è da far partire una macchina. Quindi le discussioni, poi i dibattiti. Far lavorare la democrazia interna, che è giovane e deficitaria, ma è al lavoro. “Il magma sotto c’è”, racconta chi a Napoli ha deciso di non farsi vedere per protesta. Esiste è vero un movimento di quelli a cui non sta più bene andare avanti con la guida di Di Maio. Ma la versione credibile della dissidenza è che, questo fantomatico movimento, cercherà di prendersi un posto dentro il Movimento. Di certo non fuori dove di vita, oltre il tradimento, ce n’è poca.

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