C’è qualcosa da festeggiare per il decennale della nascita dei 5stelle? Il movimento fondato da Beppe Grillo ha portato una vera e auspicata ondata di novità nel panorama politico italiano? Possiamo parlare davvero dell’affermazione di una nuova narrazione che sta contaminando il mondo della politica nazionale? Oppure siamo di fronte a qualcosa che più che di nuovo sa di antico, più che di rivoluzionario sa di terribilmente e irrimediabilmente stantio e conservatore?

Non è facile rispondere a questi interrogativi e il bianco e il nero sono colori che aiutano poco a descrivere la complessità della realtà. Tuttavia, ascoltando il discorso di Beppe Grillo che dal palco della kermesse napoletana sbeffeggia i militanti contrari all’accordo con il Pd con il suo classico “vaffanculo”, un tentativo almeno di recensire lo spettacolo va fatto. Proviamo a fare sintesi di cosa è accaduto allora in questi dieci anni. Per sommi capi, come si dice nel dibattito politico post ideologico.

Innanzitutto, i 5Stelle, nati per ridare linfa democratica alle istituzioni sabotate dal ventennio berlusconiano e dalla politica dell’inciucio tra centrodestra e centrosinistra, hanno picconato con selvaggia ferocia il valore della democrazia. Il motto “uno vale uno”, con cui il movimento è nato, è stato sostituito dalla nomina dall’alto di un capo politico con pieni poteri e da una piattaforma di proprietà di un’azienda privata che raccoglie voti per ratificare decisioni già assunte dalla minuscola oligarchia del partito.

Le basi stesse del pensiero democratico che assumono la discussione pubblica come fonte di ogni deliberazione sono annientate dai tempi imposti alla raccolta dei voti e dall’assenza di una vera discussione sui temi. Come ogni attore di teatro che si rispetti Grillo sa che la folla applaude sempre a comando: basta trovare la battuta giusta. Il motto di chi calca il palcoscenico è ammaestrare il pubblico, non renderlo protagonista. L’uomo che gridava a squarciagola “democrazia democrazia” è diventato così, in una sorta di destino tra il tragico e il surreale, colui che più di tutti ha contribuito a creare una caricatura abominevole e artefatta dell’istituto politico fondante delle società contemporanee.

I dieci anni dei 5Stelle ci lasciano in secondo luogo in eredità un’idea di politica come incapacità istituzionalizzata di assumere decisioni per il bene comune. Non che prima fosse davvero diverso. Il grillismo ha però sdoganato la convinzione praticata, ma fino in fondo mai così chiaramente legittimata, secondo cui tutti possono ambire a assumere un ruolo politico indipendentemente da un percorso di preparazione culturale e sociale specifico. Studiare non conta, formarsi è una perdita di tempo. L’onestà al potere è uno slogan politico buono per assecondare le masse ma totalmente infruttuoso sul piano del raggiungimento di risultati concreti.

L’esperienza di governo dei grillini continua a certificare e perpetuare dietro a slogan come il reddito di cittadinanza o la riduzione dei parlamentari una politica fatta di aumento delle imposte, di indebitamento progressivo, di perdurare del conflitto di interessi nel controllo dei media, di spostamento dei problemi alle generazioni future, di provvedimenti di scarsa efficacia – incapaci di contrastare i veri problemi di una nazione da cui i giovani più preparati scappano e la logica dell’illegalità si diffonde come un cancro che divora un corpo usurato dallo stato terminale della malattia.

“Prima oro, adesso sabbia” è una frase con cui gli immigrati degli anni 90 descrivono l’asfissia di un’Italia che sta sprofondando sempre più nella crisi economica e morale e dove il “si salvi chi può” sembra essere diventato l’istinto che prevale in modo sempre più diffuso sulla ragione e la consapevolezza del bene comune. I grillini hanno avuto poco tempo per modificare questa tragica traiettoria, ma non ci hanno nemmeno provato e quando lo hanno fatto sono riusciti a generare solo provvedimenti contraddittori e altro debito pubblico.

Ma il lascito più impietoso della breve parabola grillina è un altro, più drammatico e feroce: la legittimazione del trasformismo come stile distintivo di una politica che doveva essere coerente solo con le proprie ragioni costitutive, e che è diventato programma buono per ogni stagione. Governare con la Lega e con il Pd con la stessa indifferenza significa dare per assodato che non esiste una morale, un bianco distinto dal nero, ma semplicemente si sta dove c’è la maggiore convenienza.

Che ci sia un prezzo potenzialmente molto alto da pagare in termini di coerenza con i propri valori (si chiamino tali contraddizioni Tav, Ilva o decreto sicurezza fa poca differenza) non deve preoccupare, quando la politica lascia intenzionalmente spazio alla propaganda. Digerire misure contrarie ai principi fondanti del proprio programma ideale non fa alcuna differenza se di fronte si ha un cittadino che si fa continuamente distrarre dall’ultima notizia della giornata. La prospettiva addirittura declamata da parte del partito che era un tempo movimento di opposizione al sistema così diventa esplicitamente quella di essere l’ago della bilancia di tutti gli esecutivi prossimi venturi, eguale quale sia il colore o l’orientamento politico.

L’obiettivo è una poltrona garantita per l’eternità, nella migliore tradizione della bassa politica italiana. Chi aveva sperato in un cambiamento etico prima ancora che politico da parte dei 5Stelle è sistemato. “Vaffanculo a voi questa volta” ha chiosato Grillo sul palco della kermesse napoletana. Grazie dello spettacolo, caro Beppe. Ci hai fatto a tratti anche sorridere. Ma detto in tutta sincerità, speriamo il sipario cali presto, perché i personaggi ci fanno tristezza.

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