A tete à tete, gomito a gomito con Tony Servillo, il mio idolo, voglio fare colpo su di lui. Già, ma come? E’ da mission impossible. Alla fine sfodero l’unica arma a disposizione: la sincerità. E tutto d’un fiato: “Vorrei formularti qualcosa di intelligente. Ma non mi viene niente. Quando sono emozionata il mio cervello va in tilt. E allora ti dico solo: I Love you…”. E chissà perché mi esce in inglese. Tony mi guarda, sto per sciogliermi e mi sorride. Ridiamo insieme. Poi sfoglio il mio repertorio di banalità: “Hai mai pensato di passare alla regia?” Risponde da copione: “Mi piace troppo recitare… No, mio figlio non vuole fare l’attore… Sì, vivo a Caserta…”. Siamo seduti sulla terrazza dell’Istituto Francese Grenoble, spalancata sul golfo di Napoli, per la proiezione del suo ultimo film “5 è il numero perfetto”. Una bollicina nel bicchiere e il chiacchiericcio continua. Lo salva un’hostess, il film sta per cominciare. Un noir in chiave fumettistica, opera prima e promettente di Igort. Il tentativo di imbruttire Servillo, calvo e con naso posticcio, non gli riesce, il carico di fascino e bravura non si tocca. Un guappo-filosofo, un vendicatore/gentiluomo, affiancato da Valeria Golino nei panni della pupa della gangster. Molto pulp ( alla Tarantino intendo), dalla doppia anima, femme fatale e fedele fin all’ultimo al suo uomo che grazie a lei riscatta la sua bastardagine.

Doppio esordio per la power women del cinema italiano, ospite d’onore al Napoli Film Festival per l’anteprima nazionale “Dernier Amour”, una zoomata sulle vicende sentimentali di un vulnerabile Casanova. Forbes l’ha indicata tra le 100 donne più influenti del 2019 e non se la tira. Ha recitato in 80 film, in tre lingue, italiano, inglese e francese. Brad Pitt ne ha girati solo una cinquantina ( lo leggo in un’intervista all’attore). In Dernier amour, il regista francese Benoit Jacquot, le ha cucito addosso il personaggio del soprano Teresa Cornelys, unica moglie del libertino veneziano. “È la più cornuta della storia”, ironizza l’attrice. E Valeria canta e arieggia con maestria mentre il marito, traditore seriale, si lascia consumare da travolgente passione per una “lolita” di 17 anni che si concede a tutti tranne che a lui.

Va dove ti porta la pancia…Più che un derby di intelletto/chic è stata una gara all’ultimo pacchero. Con il parterre napoletano spaccato in due salse: da un lato i tonyservilliani e dall’altro gli antoniofiorizzati. La “diaspora” si è consumata lungo la traiettoria Istituto Grenoble e cinema Delle Palme. Mentre sul palco del primo saliva Servillo alla stessa ora sul proscenio del secondo si presentava il critico cinematografico e intellettuale di lungo corso Antonio Fiore, attore per caso, con il suo carico di facciatosta, al debutto del documentario “L’uomo che rapì Truffaut”. Sulla terrazza dell’Istituto servivano paccheri al ragù e vassoiate di tartine dolci e salate. Al Delle Palme si respirava aria da Nouvelle Vague.

“Certo, non sarebbe stata una cattiva idea quella di scritturare per il ruolo da protagonista Tom Cruise, o almeno Stefano Accorsi. Ma poi, riflettendo sullo scarno budget a disposizione con il regista Luciano De Prete abbiamo convenuto che la parte spettasse di diritto al sottoscritto”, spiega un accorato Fiore. “Sì, sono io l’uomo che a Giffoni Valle Piana rapì François Truffaut”. Correva l’anno di grazia (cinematografica) 1982, Fiore era un giornalista di belle e frustrate speranze e Claudio Gubitosi, il fondatore del Giffoni Film Festival, lo invitò alla prima di Truffaut. Accettò ponendo una sola condizione: un’intervista al regista senza altri colleghi intorno…
Cosa inventarsi allora? Fiore si finse autista del Festival e, a fine proiezione, propose nel suo francese maccheronico a Truffaut e alla sua compagna Fanny Ardant di accompagnarli al ristorante. Si persero nel meandro di stradine di campagna, Francois e Fanny convinti di essere finiti nelle mani di un pazzo… Come andò a finire? Il resto al cinema.

Instagram januaria_piromallo

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