Se avete più di trent’anni, aprite la playlist con la classifica dei brani più ascoltati su una qualsiasi piattaforma di streaming musicale, in un giorno qualsiasi della settimana. Spotify, Apple Music, Tidal, Deezer, scegliete voi. Farete fatica a riconoscere nomi famigliari, e starete pensando a qualcosa come “Ma chi è questo?!”. Tranquilli. Non siete diventati vecchi (perlomeno, non così vecchi). La colpa è della tecnologia.

Musica e tecnologia. Un viaggio lungo come la storia dell’umanità che ha portato a invenzioni in grado di trasformare costantemente e rapidamente la musica, e soprattutto, il paradigma con cui una canzone nasce, viene registrata, e immessa sul mercato. L’avvento delle piattaforme di streaming ha cambiato le abitudini degli ascoltatori. Fino a pochi anni fa si andava in un negozio e si sceglieva un disco; oggi tutta questa filiera è scomparsa. Se apprendevamo dell’esistenza di nuove canzoni e di nuovi artisti attraverso la radio, la TV, i giornali (più o meno specializzati), oggi il sistema è saltato: le priorità non le decide più il dirigente della grande casa discografica, o il direttore artistico della TV musicale (e non è necessariamente un bene, ma questo è un argomento ampio che merita un approfondimento a parte). Le decidono gli ascoltatori stessi. L’utopia della scelta libera e consapevole.

Utopia? Sì. Perché la verità è un’altra, frammentata come la realtà al tempo del web, che ha generato una “suddivisione territoriale” abbastanza netta in termini generazionali: le vendite dei dischi fisici e in download digitale sono risibili, e sono abitudini di un pubblico in larga parte adulto. L’unico termometro attendibile è quello del numero di click su ogni brano: un click, un ascolto. Così si misura il successo di un artista. E così arriviamo alla classifica di cui parlavo all’inizio. Ecco qualche nome presente in questi giorni nella Top 50 Italia di Spotify, che riporta i pezzi più ascoltati, o perlomeno più cliccati: mentre scrivo questo articolo, sono di Gemitaiz & Madman, Aya Nakamura, Capo Plaza, Random, Tommaso Paradiso, MamboLosco, Alfa, Yanomi, The Night Skinny, Mahmood, Elodie e Marracash. Tolti Paradiso, Mahmood, Marracash, Elodie, il resto della ciurma è composto da nomi il cui successo è fortemente parcellizzato. Non sono artisti che vediamo in TV. In parecchi casi non passano nemmeno in radio. Però, hanno un peso di mercato forte, un ampio successo, e i fattori che lo determinano sono legati proprio alla tecnologia. Chi utilizza maggiormente le piattaforme streaming? I giovani e gli adolescenti. Chi ha tempo e spirito da fan per cliccare a ripetizione su un brano? I giovani e gli adolescenti. Lo stesso discorso si espande anche ai social network, principale veicolo di promozione e pubblicità presso il pubblico under 40, e canale di comunicazione dalla potenza senza precedenti per chi sa utilizzarlo (guarda caso, gli artisti che parlano ai giovani e agli adolescenti).

Ecco perché quella della scelta libera e consapevole è un’utopia. Perché viviamo in un mondo in cui ogni nostra mossa su uno schermo e su una tastiera è registrato, archiviato, usato per un marketing istantaneo. Al resto pensano gli algoritmi, che pilotano le nostre decisioni e le nostre priorità. Il potere dell’intermediario è concentrato nelle posizioni rilevanti delle piattaforme che offrono contenuti, siano esse servizi di distribuzione e riproduzione musicale o social network. Abbiamo uno sbilanciamento di ascolti numericamente impressionanti verso tutto ciò che ha un target young. Le piattaforme streaming non premiano gli artisti senior: Sfera Ebbasta, J Balvin, Billie Eilish hanno molti più click dei grandi best seller immortali del 20esimo secolo: Pink Floyd, Madonna, U2, Rolling Stones, Beatles. D’altro canto, le radio, che hanno un target di età mediamente più elevato, premiano perlopiù artisti che non sono proprio la novità dell’ultima ora. Stando ai rilevamenti di EarOne in data 27 settembre 2019, i brani più programmati dalle emittenti italiane sono ‘Barrio’ di Mahmood, ‘Accetto Miracoli’ di Tiziano Ferro e ‘Prima Che Diventi Giorno’ di Jovanotti. Tolto Mahmood, che comunque gode dell’onda lunga sanremese (quindi televisiva, quindi più adulta che giovanile), Ferro e Jovanotti non sono certo gli ultimi arrivati sulla scena.

C’è una spaccatura evidente nel modo in cui le diverse generazioni usufruiscono dei propri mezzi di riferimento. Che diventa ancora più profonda se pensiamo a come i dati siano facilmente manipolabili e poco oggettivi: fare click su una canzone non costa nulla, o al massimo 10 euro al mese per un numero illimitato di ascolti, e non ha lo stesso valore di un disco su cui sono stati investiti dei soldi. Un valore economico ma anche fortemente emotivo: quel disco diventa un tesoro, da conoscere, ascoltare molte volte, non da skippare dopo pochi secondi. In più, i dati streaming sono facilmente taroccabili, come viene spesso dimostrato. Tanto che siamo al paradosso per cui artisti da milioni di click non racimolano abbastanza spettatori per un tour degno di questo nome. Mentre i grandi nomi, che non raggiungono le cifre di chi ha un pubblico di giovanissimi, riempiono stadi e palasport. Non c’è un rapporto direttamente proporzionale, perlomeno non sempre (un’eccezione virtuosa è Salmo, per esempio), tra successo in streaming e successo “reale”, quello dei concerti, che richiede lo sforzo di pagare un biglietto e di spendere del tempo per andare in un luogo. Ma questa, come si dice, è un’altra storia.

Di sicuro, se vi sentite pesci fuor d’acqua su Spotify, o spaesati in una terra straniera su Apple Music, è probabile che siate degli over 30. Ma rassicuratevi e fatevi coraggio: è normale che non conosciate l’ultima trapstar esplosa su Instagram l’altroieri. È fisiologico. È sano. Così come è sano che la conoscano i quindicenni. Nonostante tutto, la musica ha ancora dei forti ricambi generazionali. E lo streaming da smartphone fa parte, a pieno titolo, delle armi delle nuove generazioni.

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